Donna forever!
Per il ciclo “la maschera”, ecco un’altra intervista ad una persona transgender, utile ad accendere un faro su un tema ancora semi-sconosciuto. Una condizione che fra diritti negati, in spregio ai principi costituzionali, e indifferenza – se non dileggio – della società, causa ad un numero imprecisato di donne e uomini, lunghi anni di emarginazione e disperazione. E in alcuni casi – certo, più rari rispetto a qualche anno fa – anche suicidi.
Non è il caso di Susy, la quale invece ci porta una testimonianza di integrazione, non scevra dal dolore, ma dall’esito positivo.
“Il mio nome è “Susy” e sono una di quelle persone che nascono con le contraddizioni che, per una vita intera, mettono in discussione l”essere” e
l’appartenenza al proprio sesso, con tutto il relativo mondo che gli ruota attorno.
Dalla prima infanzia alle condizioni attuali, questa è la mia storia, passo dopo passo, per tutto il percorso che mi ha condotto al sofferto, ma tanto desiderato, cambio di sesso.
Dedico queste pagine a tutte quelle persone che sentono o desiderano far parte di questa “realtà” per capirne meglio il significato, le contraddizioni e le emozioni, per non sentirsi mai sole o emarginate e specialmente mai, per nessun motivo, inferiori a niente e nessuno…”
Così Susy, apre il suo sito e il suo cuore.
- Susy, la tua massima aspirazione, comune a quella di tante altre, è la normalità. Non un mostro o fenomeno da baraccone, ma donna con esigenze normali, comuni.
La nostra cultura ci indica come transessuali e transgender dei personaggi grotteschi, spesso legati al mondo dello spettacolo.
Ma la realtà dell’esperienza transessuale è ben diversa. Non è spettacolare, è drammatica: una persona che si identifica in un genere differente da quello che le viene attribuito in base al suo codice genetico deve scontrarsi continuamente con l’incomprensione e il giudizio altrui.
È lontana la strada che porterà all’abbattimento dei pregiudizi ai danni delle persone transessuali?
- Sicuramente non è vicina anche se negli ultimi dieci anni ci sono stati molti progressi in merito.
La scienza si è presa in carico il problema con maggior attenzione, sia dal punto di vista psicologico che endocrinologico/chirurgico.
Il fatto che il Transessualismo non sia più considerato una malattia da curare, una scelta o una perversione, ma una differenza nell’individuo, spesso innata, quindi da affrontare nel giusto modo per vivere con grande serenità nella giusta dimensione, rende tutto anche più accettabile.
Il problema è che molte persone non sanno cosa significhi tutto questo, informazione a riguardo ne esiste poca, spesso distorta o pilotata ad arte dai media per avere più attenzione o spettacolarità sulle notizie, con aggiunti i tabù e il rifiuto che ancora impongono molte religioni che non accettano il cambiamento perché “ contro natura” o troppo distante dalle regole che si sono imposte.
L’ignoranza e il pregiudizio per mancanza o errata informazione spesso allontana le persone dal problema o addirittura le rende ostili ma quando poi vengono a contatto con realtà pulite, quotidiane, a volte negli ambienti che loro stessi frequentano, si ricredono fino al punto di provare grande ammirazione e comprensione per quello che è alla fine un percorso di vita tortuoso, doloroso e molto difficile da perseguire.
Più di una volta mi è capitato che alcune persone dopo avermi conosciuta mi hanno confessato che non pensavano di trovarsi di fronte una persone “normale”, anzi che vedevano con una marcia in più rispetto a molte altre, mentre prima di incontrarmi credevano che fosse un problema di natura sessuale, una devianza o un semplice modo di “apparire”.
Purtroppo si parla spesso di Transessualismo associato al problema della prostituzione ed ecco che si crea immediatamente un’etichetta che ricopre una scatola in modo colorito ma che non si cura in nessun modo di cosa si nasconda all’interno. Nella maggior parte dei casi chi finisce nel giro della prostituzione non lo fa sicuramente per libera scelta ma per motivi di emarginazione dal contesto sociale e dal mondo del lavoro, specialmente nella fase iniziale della transizione quando l’aspetto è ancora molto ambiguo.
Spesso oltre alla necessità di soldi per sopravvivere è anche l’illusione di affrontare il cambiamento in minor tempo, dati i costi molto alti sia medici che burocratici.
- L’origine della paura e della diffidenza sta soprattutto nell’ignoranza: farsi conoscere è il modo migliore per liberarsi del peso degli stereotipi. La televisione, ultimamente, sta dando spazio a questi temi. Ma temo che l’opinione pubblica ne ricavi una visione distorta. Io credo che personaggi come Maurizia Paradiso possano contribuire a accentuare l’idea di eccentricità che la società si è fatta di voi. Preferirei si ospitassero persone normali, come te e tante altre. Eppure, persone come Luxuria, hanno un tantino sdoganato “l’affaire”: tu cosa ne pensi?
- Penso che la televisione, o meglio, alcune televisioni e parte della stampa manipolino volutamente la cosa al solo scopo di creare audence, una storia normale anche se fatta di sofferenza e di conflitto attira troppo poco l’attenzione dell’italiano medio quindi non viene presa molto in considerazione oppure si cerca di costruirla con personaggi che si prestano, per soldi o per fama, ad essere manipolati ad arte. Molte/i hanno sfruttato addirittura la loro “ambiguità” e la loro condizione per avere successo proprio in virtù della morbosa attenzione sul fenomeno da parte del pubblico.
Penso comunque che anche dietro a personaggi come Maurizia Paradiso si nasconda una realtà abbastanza comune, la sofferenza della perdita dell’affetto da parte di persone amate, nel suo caso la madre, che portano poco a poco, se non seguite da una persona competente, a perdere l’uso della razionalità e della ragione.
Sicuramente Luxuria ha dato ultimamente un grande contributo ma solo perché ha accettato di incanalarsi nel mondo del reality e dello spettacolo, dove spesso si recita un copione , ma il suo grande pregio è stato proprio quello di essere se stessa, con le sue qualità e con i sui difetti , con grande spontaneità e credo che questo sia piaciuto tanto alla gente.
- Susy, la tua è una storia particolare, non comune fra le transessuali, sebbene vi siano altri casi ugualmente drammatici. La storia di un grande conflitto che si è evoluto nella transizione, male to female, ma con un drammatico esito, dal punto di vista genitoriale. Hai iniziato il percorso di transizione dopo i quarant’anni: avevi moglie e figli. Tua moglie conosceva ancor prima di sposarti la tua condizione transgender, nel senso vero del termine, ovvero, al di fuori della bipolarità maschio femmina, di una persona senza una netta definizione sessuale. Lei come aveva accolto la tua “tridimensionalità”?
- Sapere è una parola grossa, quante cose pensiamo di sapere e facciamo finta di niente o addirittura ci autoconvinciamo, per istinto di sopravvivenza, che sia tutto diverso e che nel nostro caso non sia come per gli altri…
Io stessa ho fatto molta fatica ad accettare la mia realtà anche se fin da piccola avevo tutti i presupposti per capire quale era il mio problema. Purtroppo per crescere e per vivere ci si deve omologare a quello che impone il nostro sistema, geneticamente ero un uomo e ho cercato di recitare la parte che tutti si aspettavano da me, anche se alla fine poi non ce l’ho fatta.
La punta dell’iceberg, ciò che emergeva, era quanto io sapevo e quanto sapeva la mia compagna, le mie differenze, le mie pulsioni affiorate erano solo una piccola parte di quanto si nascondeva dentro fino quando all’improvviso tutto è esploso con una violenza inarrestabile, solo allora ho capito quanto era grande il problema. La tridimensionalità, ovvero cogliere quelle differenze rispetto ad altri poteva anche essere un pregio perché ci sono qualità femminili che molti uomini posseggono, ma proprio perché non maschili, le rifiutano e le nascondono perdendo un qualcosa che in realtà li arricchirebbe e li renderebbe migliori.
Poche sono le culture che sanno valorizzare e far accettare in un uomo la sua parte “femminile”.
Con il passare del tempo però non è più stata solo una questione di interiorità ma ho avuto maggiori necessità esteriori, fisiche e di ruolo. Il problema doveva quindi uscire all’esterno, di conseguenza giudicato dalla società e non più “compatibile” con i presupposti d’unione della nostra coppia.
- So che l’amavi, vi amavate ed in nome di questo amore, hai lottato per restare marito e padre. Poi, però, è successo qualcosa… Ce ne puoi parlare?
- La convivenza con la mia parte maschile e la facciata “esterna” che mi ero costruita per sopravvivere era un insieme di compromessi e di equilibri molto fragili e delicati, fino a quando venendo a mancare alcuni riferimenti importanti non sono più riuscita a controllarli.
Con l’arrivo dei figli mi sono venute a mancare da parte della mia compagna affettività, complicità e tante valvole di sfogo importanti, con l’aggiunta poi della gelosia nei miei confronti per il ruolo genitoriale sono rimasta completamente isolata all’interno della famiglia, messa in disparte, senza più nessuna considerazione da parte di tutti .
I figli vedendomi esclusa, avevano paura ad avvicinarmi e a parlarmi. Per ogni cosa che facevo o dicevo loro venivo puntualmente smentita e contrariata dalla mia compagna, perdendo così il mio ruolo preposto e diventando poco a poco una persona estranea.
Mi sentivo improvvisamente sola e senza più nessuna certezza, sola e vulnerabile con il mio problema che ogni giorno si faceva sempre più insistente e occupava sempre più prepotentemente la mia mente.
Iniziai a stare male, ogni giorno e ogni notte sempre di più e non riuscivo a intravedere nessuna via di uscita.
Iniziarono le crisi, di giorno, di notte, non mangiavo più e non dormivo più, solo pianto rabbia e disperazione.
Il dolore fisico, per quanto sia forte si può sopportare ma quello psichico è terribile, è una bomba che ti esplode dentro e che non puoi fermare, è un demone che ti domina e ti controlla il cervello fino a portarti alla pazzia.
Non riuscivo più a uscire, a stare in mezzo agli altri, a guardare la televisione perché ogni donna che vedevo davanti a me mi ripetevo: “lei può esistere” e io invece non potevo, non potevo essere, non potevo vivere come mi sentivo, non potevo perché sono nata uomo, perché il sistema me lo impediva e perché se avessi affrontato tutto nel giusto modo avrei sicuramente perso per sempre l’affetto della mia famiglia….
Una mattina , una triste mattina peggio delle altre, mentre aspettavo la metropolitana, in preda ad un ennesima crisi, si fece strada nella mia mente l’idea di farla finita, non ce la facevo più a vivere in quel modo,ero troppo provata e non vedevo più alcuna via di uscita. Ero stanca, tanto stanca, non volevo soffrire più e così avrei messo fine a tutto quanto.
Ricordo le luci nel fondo della galleria che mi venivano incontro e io le aspettavo sull’orlo del marciapiede, annebbiate dalle lacrime che riempivano i miei occhi fino ad annebbiarmi la vista, intorno a me in quel momento brevissimo che sembrava eterno, tutto era buio e non esisteva altro. Coraggio mi ripetevo, adesso finisce tutto. Le luci mi venivano incontro ed io andavo incontro a loro, non era poi così difficile in fondo, bastava poco….
Ma per fortuna, forse l’istinto di sopravvivenza, o forse un angelo se mai esiste, una frazione di secondi, metri, che mancavano all’arrivo del treno, si riaccese improvvisamente la luce intorno a me e mi resi conto di cosa stavo facendo e pensai ai miei figli. Istintivamente mi tirai subito indietro dal l’orlo dell’abisso in cui stavo per buttarmi, cercando di risolvere proprio nel modo peggiore i miei problemi.
La paura l’ho avuta dopo, quando mi sono resa conto di cosa stavo per fare e di come abbia mai potuto pensare una cosa del genere. Io ho sempre amato la vita e la vita mi aveva messo alla prova.
Il modo migliore era sicuramente affrontare tutto quanto, accettare la mia natura e iniziare la transizione da uomo a donna, quello che in fondo già sapevo ma che non volevo scegliere.
Tutto sommato, le persone che mi volevano bene avrebbero capito e mi avrebbero sicuramente aiutata… ma invece non è stato così e la mia fu solo una stupida illusione. Ma mi aveva salvata la vita.
Il giorno seguente iniziai l’iter psicologico e poi la terapia ormonale.
-Così, hai perso la tua famiglia…
- Non voglio ricordare i mesi seguenti e non voglio neppure parlarne perché nella mia mente è rimasto un grande vuoto, ricordo soltanto l’ennesimo rifiuto di affrontare le cose insieme e con l’aiuto di una apposita struttura, poi le raccomandate dell’avvocato, pochi scatoloni per le mie cose più importanti e poi tutto finito, lasciandomi alle spalle anni di sogni, vita vissuta, ricordi e fantasmi e tanto gelo nel cuore.
Me ne andai così per la mia strada, ancora lunga e faticosa da percorrere ma finalmente convinta di aver scelto, se scelta si può chiamare di vivere finalmente la mia vera vita.
- Prima della transizione com’erano i rapporti con gli amici e compagni di scuola? Ti mimetizzavi oppure la tua femminilità emergeva?
- Non sono mai stata affetta da manierismo né effeminata, nonostante i tratti non marcatamente maschili; ma ho sempre cercato di isolarmi per paura che venisse scoperto dagli altri quello avevo dentro, evitavo le competizioni nelle attività e negli sport perché mi sentivo inferiore e diversa dagli altri, specialmente quelle di carattere maschile. Controllavo molto i miei comportamenti, i miei movimenti e le mie pulsioni per paura di tradire la mia natura e di venire scoperta. Nell’età più critica tra i dodici e i sedici anni avevo come amico un compagno di scuola che come me si era isolato dal branco. Dopo i sedici, diciotto anni iniziavo a trovare i miei equilibri e tutto diventò più facile e controllabile… ma avevo sempre una doppia vita e una doppia personalità, una reale interiore e una esteriore, costruita, che spesso erano in contrasto e mi creavano problemi..
- I tuoi genitori, e gli altri parenti, ti sono stati vicini o sono stati ostili?
- Mia mamma e mia sorella mi sono state vicine all’inizio, non respingendomi come hanno fatto invece tutti gli altri, poi con il passare del tempo abbiamo recuperato i rapporti . Sicuramente mia mamma facente parte di un’altra generazione, in special modo mentalmente, ha fatto parecchia fatica a comprendere, dimenticando oltretutto quegli indizi o episodi della mia infanzia che potevano sicuramente darle una spiegazione chiara e a portata di mano. Forse lo ha fatto inconsciamente per rifiutare una realtà di sempre, ma sicuramente, come tutte le mamme del mondo, non ha mai smesso di volermi bene.
Devo ringraziarla, come devo ringraziare mia sorella, senza di loro sarebbe stato tutto ancora più difficile.
-E dopo la separazione?
- Dopo la separazione sono ripartita praticamente da zero; fortunatamente il mio datore di lavoro, conoscendomi da molti anni non diede alcun peso a quanto successe (nonostante non riusciva a capirne il significato) ma proprio perché mi rispettava e mi stimava sia come persona che per le mie capacità lavorative ( nonostante fosse un “padrone” vecchia maniera) mi aiutò concedendomi il TFR , indispensabile per trovarmi un tetto sotto il quale abitare. Da qui, piano piano ho ricominciato a vivere e a ricostruirmi faticosamente un’esistenza, molto provata dal dolore per le perdite subite, ma supportata da persone competenti che mi hanno poi seguita sino ad arrivare alla fine del mio percorso, sia dal punto di vista psicologico, che giuridico e medico. Non voglio nascondere che se la mia vita sembrava sempre più serena e tranquilla le mie notti sono state per anni popolate di fantasmi e di incubi, dovuti all’emarginazione e in modo particolari al distacco dai figli ai quali volevo e voglio molto bene.
- Dopo l’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale, la tua vita è cambiata. Ora sei donna a tutti gli effetti (reali e legali): il rapporto con gli altri è cambiato?
- E’ cambiato ma in modo indiretto, o meglio, proprio perché mi sento finalmente a posto con me stessa e mi pongo in modo differente. Sicuramente ho perso tutte le paure, timidezze e difficoltà che incontravo precedentemente con la gente, ho acquisito grande autostima e sicurezza, tutto ciò che serve per affrontare nel giusto modo la vita di tutti i giorni.
- Ti sei operata in Italia, in una struttura pubblica secondo la Legge 164/82 o hai scelto la via privata. Nel secondo caso, ci spieghi come sei arrivata a questa soluzione?
- La via privata richiede molti, parecchi soldi ed è un lusso che poche persone possono permettersi e in ogni caso si deve affrontare sempre in Italia la parte psicologica e giuridica per ottenere l’autorizzazione all’intervento prima e successivamente per il cambio anagrafico.
Io mi sono operata in Italia, all’Ospedale Le Molinette di Torino, la struttura più vicina a dove abito e con minor tempi di attesa rispetto ad ospedali più rinomati, come ad esempio Il Cattinara di Trieste, dove si attendono anche 3 anni. L’intervento è molto delicato e non si risolve quasi mai in una sola volta, spesso ci sono complicazioni e correzioni da affrontare in più tempi, richiede inoltre una buona sopportazione del dolore e tanta tanta pazienza per il post-operatorio poiché per tornare alla normalità ci vuole almeno un annetto.
- Ho letto che lavori da oltre 30 anni nella stessa azienda (fatto inconsueto per le persone trans): come è stata accolta la tua transizione nel mondo del lavoro?
- I miei colleghi sono stati molto comprensivi ed affettuosi, sicuramente bisogna porsi nel giusto modo, avere tanta pazienza nello spiegare le cose comprendendo che se io in una vita ho faticato a capire il problema, sicuramente per altri è ancora più difficile. Ho scritto loro, d’accordo con la direzione del personale una lettera esplicativa che ha dato poi il via, nei giorni successivi a dimostrazioni di curiosità, affetto e solidarietà, soprattutto da parte delle donne; gli uomini fanno molta più fatica ad accettare la perdita del “privilegio maschile” in una società come la nostra. Certamente non mi sono presentata il giorno dopo in mini e tacchi a spillo, il cambiamento estetico è avvenuto tanto lentamente e per gradi da rendere il tutto assolutamente naturale e accettabile.
Nel mondo del lavoro la donna è svantaggiata, questo lo sappiamo tutti quanti e quindi ho fatto tanti ma tanti passi indietro rispetto a prima dal punto di vista lavorativo. Uno degli scotti da pagare e io questo lo sapevo…
- Oggi ti senti integrata, accettata a pieno titolo?
- Sì, mi sento accettata e integrata a pieno titolo, in qualsiasi contesto.
Ho una buona “passabilità” nonostante la mia voce spesso tradisce la mia origine (non ho volutamente affrontato l’operazione alle corde vocali, perché molto delicata e con risultati non sempre buoni e poi perché ho accettato di essere quello che sono senza vergogna e senza la necessità di nascondermi tra le donne “genetiche”).
Quando mi capita di parlare a voce alta la gente mi guarda incuriosita ma poi si rende conto della mia “normalità” nella quale io per prima credo fermamente. Sono convinta che ciascuno di noi ha la sua normalità, anche se diverso dagli altri, per fortuna non siamo ripetibili ed ogni individuo è a se stante pertanto non paragonabile ad altri.
In virtù di questo pensiero, nel momento in cui ho accettato la mia situazione, non ho mai cercato di nascondermi o di ghettizzarmi ma di stare il più possibile in mezzo alla gente, anche se a volte durante la fase iniziale, dove non si è né carne né pesce, mi è capitato di venire derisa e insultata da persone ignoranti.
-Ti dichiari lesbica, e questo è un aspetto che vorrei sottolineare (anche perché ci sono molte translesbiche): la società generalmente vede nella transessualità, la perversione. Prima di tutto, trans = prostituta; in seconda battuta, trans = gay, disconoscendo così la vostra peculiarità, la vostra condizione transgenenere, che è quella di sentirsi imprigionat* in corpi che non vi appartengono. Quasi una galera, la cui unica via d’uscita è la transessualità, che non declina sempre e per forza con la ricostruzione sessuale. Quello che ho capito da quando frequento l’ambiente e anche grazie a numerosi studi che in questi mesi ho fatto, è che la vostra non è una questione sessuale, ma identitaria… Dunque, il tuo essere lesbica, non è legato all’orientamento sessuale…
- Esatto, spesso si generano confusione con i termini quali:
il sesso – ovvero maschio/femmina, è genetico e riguarda l’apparato genitale; nel caso di transessualismo viene cambiato intervenendo chirurgicamente. Con una appropriata terapia ormonale viene modificato il metabolismo e alcuni caratteri fisici e estetici quali il seno, i lineamenti, la pelle, i peli ecc. ecc. ma non la struttura ossea.
l’identità di genere- ovvero uomo/donna, è come ci si sente interiormente, è legato al proprio essere, nella norma coincide con il sesso ma nel nostro caso differisce, quindi dal momento in cui non si può modificare si ricorre al cambiamento fisico per fare coincidere le due cose.
Il ruolo di genere – ovvero l’appartenenza ad uno stile di vita tipico del genere da noi sentito, anche se a volte può differire per tanti aspetti.
L’orientamento sessuale- ovvero verso quale sesso ci si sente attratti, non necessariamente è coincidente con il resto, quindi può essere eterosessuale (verso il sesso opposto) omosessuale (verso lo stesso) bisessuale (con entrambi).
A questo punto possono esistere mille sfumature diverse di un individuo al di fuori dal sistema binario per secoli imposto nelle varie società.,
Ci sono individui che nonostante l’identità di genere differisca dal sesso genetico e decidono di vivere in un ruolo di genere appropriato all’identità, riescono a trovare un equilibrio con i genitali di origine, da qui il termine transgender mentre transessuale è chi ricorre invece alla chirurgia per modificare i caratteri genitali. Naturalmente la legge italiana non riconosce come donna chi non si sottopone all’intervento di rassegnazione dei caratteri sessuali. Questo fa sì che spesso queste persone, che si presentano come donne e come tali percepite vengano ingiustamente discriminate e maltrattate, appellate solitamnete al maschile (come spesso fanno i media) causando loro una grande sofferenza.
Il mio orientamento sessuale è natale, non è mai cambiato ovvero mi sono sempre sentita attratta dalle donne ma non con modalità maschili, nella precedente vita ho avuto grandi difficoltà.
- Cosa vuol dire per te essere lesbica?
- Quello che vuol dire per tutti quanti e non solo dal punto sessuale come è nella mente degli uomini ma soprattutto affettivo. Noto invece nella maggior parte delle persone omosessuali fare uso del sesso per identificarsi, confrontarsi e riconoscersi, mettendo spesso in secondo piano la parte affettiva.
- La tua sessualità, oggi, è realizzata?
Direi di sì, sono stata fortunata oltretutto per l’intervento ben riuscito, ho acquisito una grande sensibilità agli stimoli nelle parti ricostruite chirurgicamente, cosa non sempre facile, per il resto ci si deve mettere la testa… e questo credo valga per tutti quanti!!!
- Come spieghi l’attrito che c’è fra le translesbiche e le lesbiche, (le quali stentano a riconoscere la vostra femminilità)? Sembra che le associazioni – al di là della sigla che accorpa tutt* LGBTQ, in realtà siano concretamente divise, ognuna per sé.
I fatti del 13 maggio scorso, ne sono un’ulteriore conferma. Io penso che se nemmeno fra le “minoranze” c’è coesione, condivisione di intenti, sarà sempre difficile per voi vedervi riconosciuti i diritti che sono, oltretutto, alla base della nostra costituzione.
- Ci sono molte inibizioni e freni mentali, purtroppo molto di più tra chi è discriminato che tra chi discrimina…
Ci vorranno sicuramente molti anni per superare concetti innati e l’effetto sulla mente e sui comportamenti/costumi dettati nostra cultura.
Il fatto di non essere uniti è purtroppo un male presente negli esseri umani, non solo nel nostro ambito, lo vediamo tutti i giorni nella politica e nella società, i problemi sono diventati ormai troppi, è in atto un’involuzione a livello generale e speriamo che questo non comporti la perdita di tutti quei diritti già faticosamente acquisiti.
- Nel tuo sito, oltre ad aver raccontato la tua storia, hai pubblicato le tue foto, prima e dopo. Un atto di coraggio, volto a dare visibilità concreta alle problematiche transgender e transessuali. Non sei l’unica che ha scelto di non nascondersi, ma nel tuo caso è ulteriormente apprezzabile la decisione di rendere pubblica la tua storia, quando invece le persone operate, tendono a uscire da questo “ghetto”, evitando, cioè, di rivelare la loro vita precedente. Questo è un messaggio di forza per le altre…
- Al momento ho chiuso le gallerie fotografiche perché sono in una fase delicata giuridica per quanto riguarda i miei figli e la possibilità di ri-frequentarli, per evitare eventuali morbosità da parti esterne.
ll principio, come ho già scritto, è che non mi vergogno delle mie origini e non mi illudo di essere sempre stata così come sono ora perché non è vero. Non rinnego quello che è stato, anche se vissuto con conflitti e grande sofferenza è sicuramente stato un dono che mi permette ora di valutare ancora di più le differenze per farmi capire quanto è stata giusta e necessaria la mia scelta.
- Nel tuo sito, sembra esserci un messaggio per i tuoi figli – e così su Facebook – quasi la speranza che loro ti individuino e ti identifichino. Una sorta di messaggio in bottiglia: è così?
- Già, anche se al momento non è servito a niente.
-Qualche mese fa, ho seguito su Rai3, l’intervista a Laurella Arietti che fu candidata a sindaco nella città di Verona. Lei ha fatto la transizione dopo i cinquant’anni. Con lei è stato intervistato anche il figlio, con il quale c’è un rapporto molto buono. Alla domanda dell’intervistatore “ti piaci”, Laurina ha risposto così:
“non mi piacevo prima! Oggi sì, mi piaccio! Questa credo sia la risposta più esaustiva a tutte le domande.
Credi che io sia sulla strada giusta dando voce e spazio a questo tema nel mio sito? Cos’altro mi suggerisci di fare?
- Parlarne è sicuramente un bene, perché questo, come altri è un argomento sul quale c’è ancora molta reticenza e disinformazione sia da parte dei media che da chi deve rendersi pubblico per dare vita e volto ad una storia, quindi uscire allo scoperto. La strada intrapresa è buona.
Ti ringrazio per la disponibilità e per il tempo che mi hai dedicato.
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lug 13th, 2009 | Scritto da Kristalia | Categorie: Le mie interviste


dicembre 31st, 2010 at 04:13
Carissima kris. Sembra preistoria queste riflessioni, soprattutto in conseguenza di quando di li a poco le interviste saranno gli higlights della cronaca, quasi come a sottolineare l’evolversi d’una situazione che è divenuta solo motivo di morbosa curiosità e null’altro… quasi che altre realtà siano incontrovertibilmente impossibili da quelle stereotipate dai media… ovviamente intendo dopo l’affaire Marrazzo… ora essendo l’ultimo dell’anno non volendo tediare con triti e sterili discorsi questa mia visita, anche perché passata a farti visita per esprimerti i sensi d’affettuosa gratitudine per esserti occupata di questi temi e della sottoscritta… ti faccio gli auguri per un sereno fine d’anno e per un ottimo principio, ogni bene per te e le persone a te care… un abbraccio, your sincerely jackie.
luglio 16th, 2009 at 17:19
Un’altra pagina, su un’argomentazione così difficile e sensibile da trattare, svolta con peculiare sintesi e professionalità! Kristalia, hai svolto un lavoro con capacità e sensibilità.
A me non resta che rinnovare la mia affettuosa stima nei tuoi riguardi, auspicando una normalizzazione delle tematiche trans in questa nostra società, tesa sempre di più a dare valore alle apparenze e non alla sostanza delle cose e delle persone. Solo così potremo raggiungere un’evoluzione piena e democratica, dove persone come Susy – alla quale auguro con tutto il cuore di condurre una vita serena, senza perdere l’affetto dei suoi figli – e come la sottoscritta, potremo trovare alfine una dimensione esistenziale degna d’essere chiamata umana.
Grazie Kristalia, kisses your sincerely Jackie.
luglio 15th, 2009 at 21:52
x luc560111
Dipende. Dipende da come eri prima, come ti poni, come ti presenti.
Io son stata accettata per la persona che ero, che mi proponevo, senza ironia senza retropensieri anche quando si capiva benissimo chi (non) fossi. Ma un conto è parlare di argomenti legati alla diversità, un altro confrontarsi con gli altri e discutere di quanto capita nella vita di tutti i giorni, di interessi, passioni sportive e -perchè no- culturali.
Le persone transessuali tendono a non essere accettate quando loro per prime si propongono come stereotipo, come altro rispetto alla normalità… con atteggiamenti, e modo di agire che risulta esagerato, non naturale a qualsiasi donna.
Osservare con sguardo languido ogni uomo che ti passa davanti agli occhi è solo un esempio tra i tanti che mi vengono in mente…
luglio 15th, 2009 at 14:35
Credo sia più semplice affrontare la salita alla vetta dell’Everest di corsa e senza ossigeno, che il percorso descritto………. se la violenza sessuale è un odioso reato non è da meno il pensiero omofobico. Se ne dovrebbe parlare più spesso e divulgare questi eventi per maggiormente contrastare pensieri negativi. Ma sfortunatamente non non è così anzi sempre più frequentemente si prende ad esempio del degrado sociale, l’aumento dei casi di transgender. quasi che siano queste persone una delle cause. Non vedo per ora possibili inversioni di tendenza. E per molti le sofferenze non saranno lievi.
luglio 15th, 2009 at 07:56
Brava Susy ed in bocca al lupo per la causa