Week end al buio
Racconti erotici -
Il colore ambrato si armonizza con l’oro dei miei occhi e la tonalità dei capelli.
Quella simbiosi cromatica calda sembra mandare messaggi subliminali anche se l’austerità del mio atteggiamento inibisce le avances dei meno arditi.
Di fatto, non provoco e non induco gli uomini a prendere iniziative, forse per una sorta di auto-protezione, una barriera necessaria a stabilire distanze di sicurezza.
Non ho paura: mi sono messa in gioco smisuratamente, senza timore di conseguenze e assumendomene la responsabilità. Ciò che invece cerco di evitare è di essere oggetto di attenzioni sessuali.
Sono involontariamente seducente, attraente per natura: ne ho preso coscienza molto
presto e ho imparato a blindarmi.
Ma se si cerca di leggere dentro, oltre l’apparenza, oltre lo sguardo… e si riesce a
trovare la password d’accesso, io posso aprirmi e fidarmi. Sono situazioni rare, ma possibili.
La chiave di avvicinamento c’è, basta non fermarsi all’ingresso convinti d’essere entrati in casa, altrimenti, la mia delusione è tale che torno a barricarmi.
Un’occasione è possibile e non la nego, ma se sfuma, panta rei: non ci si bagna
più nello stesso fiume. Tutto scorre.
Il colore della mia pelle non è né chiaro né scuro. Ha una pigmentazione tale, che basta una giornata di sole o lampada solare, a conferire una tonalità ambrata che mi piace. Al contrario, la pelle troppo chiara non mi attrae, mi dà la sensazione di latticino poco compatto: io amo il sole, il caldo, la sensualità mediterranea, e, nel mio caso, basta giusto qualche ora di esposizione al sole per ottenere un colore che mi rispecchiam che esalta l’oro dei miei occhi e il cioccolato dei capelli.
Quel giorno…
Sotto lampada UVA, attendo impaziente di uscire dalla doccia solare.
Sono vivace, mi muovo al ritmo della musica che arriva in cabina, mi accarezzo
compiacendomi della morbidezza della mia pelle di seta e intanto guardo l’orologio incorporato nella radio, scalpitando per uscire.
Sprezzante delle essenziali accortezze, alzo la testa, guardo e risintonizzo la radio,
poi guardo ancora l’ora. Uff… quanto è lunga. I 15 minuti più lunghi della giornata.
In verità, mi annoia parecchio la doccia solare, ma che fare?
Nervosamente muovo le cosce stile defaticamento, poi ancheggio simulando un movimento ginnico.
Mi annoio, sollevo le braccia impugnando i manubri in alto. Le gambe divaricate
per favorire l’abbronzatura nella zona interna delle cosce. Mi eccito in quella posizione che evoca momenti vissuti al cardiopalma dell’affermazione di un domino: mi rivedo una stanza
immobilizzata a croce con le braccia tirate dall’alto.
L’aria della ventola accarezza e a volte sembra sferzare la mia palle… mi dà brividi.
Mi volto portando anche l’altro polso sulla stessa barra. Ora sono appesa a polsi uniti e seno sporgente.
I glutei protesi verso l’esterno… sembrano pronti per essere profanati. MI sento ancora accarezzata audacemente e poi violata.
La mano destra si stacca dal manubrio attratta dal richiamo che dal basso manda segnali forti.
L’odore della voglia sale alle mie narici. Infilo un dito nella fessura bagnata e sospiro.
Apro gli occhi, mancano finalmente 3 minuti alla conclusione di quella avventura. No, non è il caso (in altre occasioni l’ho fatto), non oggi, mi basta resistere fino a quando sarò a casa.
Quel sabato mattina ero più fibrillante del solito. La sera avrei incontrato Joe, ed ero
particolarmente eccitata.
Esco finalmente dalla cabina, torno a casa, mi infilo sotto il getto d’acqua tiepida, mi insapono accarezzandomi, mi sciacquo a lungo e infine esco ad asciugarmi. Mi cospargo di olio idratante e mi adagio sul letto senza un progetto preciso.
Attendo non so cosa.
Mi rilasso e poco dopo decido di uscire a fare compere.
Mi sistemo, ma non riesco a guardarmi allo specchio. Ho la vista annebbiata. Strofino gli occhi, li apro e li chiudo, però vedo appannato.
Un leggero bruciore mi fa pensare ad una congiuntivite.
Passano alcune ore e la situazione peggiora. Un amico al telefono mi suggerisce
di procurarmi delle gocce decongestionanti. La farmacista, tuttavia, è perplessa, preferisce che mi faccia visitare da un oculista.
Ma è sabato! “Vada all’Oftalmico”, individuano subito il problema, e in men che non
si dica, con una terapia efficace, la vista tornerà regolare”.
L’Oftalmico è troppo lontano da casa. Ripiego per il reparto oculistico del Policlinico, e
poiché non vedo bene, prendo un taxi.
L’oculista mi visita e mi sottopone ad alcuni test. Non riscontra la congiuntivite
e non sa fare una diagnosi.
Gli domando se per caso, per puro caso, la lampada UVA possa irritare. Si ferma e mi
domanda: “ha fatto la lampada?”
“Sì”.
“Ma li ha usati gli occhialini?”
“Oh no, non li uso mai”. “E fa male! Perché si è ustionata”.
“Ussignur… e adesso?”
“Adesso le metto una pomata, le bendo gli occhi e resterà così per tre giorni.
Non tolga la benda nella maniera più assoluta e ricordi di usare sempre gli occhialini durante la lampada, in futuro”.
“Ma come torno a casa?”, balbetto.
“A casa ci torna perché le lascio una piccola apertura. Dopodiché, lei la chiuderà del tutto e cosi rimarrà fino a martedì mattina.”
Sconfortata, mi adeguo alle disposizioni. Torno a casa in taxi e sigillo la benda.
Anche ad occhi chiusi, riesco a telefonare a Joe per informarlo dell’accaduto e mi rassegno a trascorrere il mio week end al buio.
Mi sdraio e attendo di assopirmi per ingannare il tempo.
Squilla il cellulare e penso… “evviva, è Joe che mi viene a trovare.”
No, mi chiede se ho bisogno di qualcosa, che so, sigarette o altro. Rispondo di no e
ci salutiamo.
Ma mentre tristemente riprovo ad addormentarmi, mi telefona Guido, un amico, uno dei tanti che a quel tempo avevo.
Gli racconto dell’incidente, ridiamo del mio bizzarro modo di essere e mi domanda come conto di trascorrere quei 3 giorni da sola al buio.
Lo rassicuro che saprò cavarmela, ma lui mi invita insistentemente a trascorrerlo con lui.
Ma no, tre giorni a casa tua, dai, sono troppi e poi… io amo stare sola.
Mi convince. Dopo poco più di mezzora, credo, è da me. Ho coperto le bende con una sciarpina, per non dare l’impressione di malata e mi sono fatta portare via.
Tenendomi la mano, mi conduce dentro l’appartamento, che già conoscevo, ma non al
punto da muovermi da sola disinvoltamente.
Mi fa accomodare sul divano, dicendomi che avrebbe preparato qualcosa per il pranzo.
Ma… il suo respiro su di me, mi comunica che pranzeremo dopo, molto dopo.
Mi sfila delicatamente i sandali e mi accarezza dolcemente la punta dei piedi.
Lentamente sale soffermandosi sulle caviglie e il suo tocco soffice sale senza fretta fino alle cosce. Indugia, si avvicina all’inguine per poi superare la barriera corallina, che urla il desiderio d’essere profanata, e ignorandola, sale ancora soffermandosi sui fianchi e sulla vita.
Mani di una sensualità sconvolgente, sfiorano dolcemente i seni liberandoli dalla chiusura della camicetta su cui picchiano impertinenti i capezzoli.
Le braccia mi avvolgono, accarezzandomi la schiena mentre la camicetta scivola giù.
Non vedo, le sue mani scorrono sulla mia pelle fremente.
Vibro, fremo, scalpito… voglio di più.
E’ la sua bocca, adesso, la protagonista del gioco.
Inizia il percorso inverso. Il cammino delle mani era in salita, la sua lingua, invece, sta andando in discesa a percorrere ogni centimetro della mia pelle. E stavolta, sono le mie mani a fermarlo sul punto di eruzione.
E’ proprio lì che lo aspettavo e desideravo sentire la sua lingua vellutata.
Dopo il primo, agognato, orgasmo, inizia l’altalena delle ondate di piacere.
Un moto continuo, inarrestabile. Sa cosa voglio e sa come darmelo, fino a che, esausto, si concede un liberatorio orgasmo.
Tre giorni al buio: di sesso, di erotismo, di cibo, di risate e di relax.
Valeva la pena ustionarsi
Articoli correlati
set 23rd, 2009 | Scritto da Kristalia | Categorie: Schiusa a chiave

settembre 24th, 2009 at 00:56
Però che tipo sei… parti calma, quasi tranquilla… quasi apatica addirittura… no impossibile: basta saper aspettare… quell’attesa che tu sai tanto bene far salire… col desiderio e la voglia di donarti e di perderti… nelle mani di chi sa amarti…
e poi l’onda travolge irresistibile, come sai fare tu…
un racconto che dal possiible dramma diventa quasi spiritoso, nel finale con la battuta che non ti fai mancare nemmeno stavolta… me è troppo bello vederti con quella benda forzata e nello steso tempo… desiderata… essere bendata ti fa colare… se sai che cosa potrà acadere… e fa volare chi è preso da te, nell’attesa di prendere te…
e così esplode il desiderio… e il buio diventa luce, la luce dei tuoi occhi e della tua pelle dorata da quella lampada un po’ troppo monella… la luce del piacere di respirarti e essere dentro di te… ancora e di più
grandi emozioni…
settembre 23rd, 2009 at 23:57
Bellissimo i sensi che si scatenano privati della vista, si sviluppano delle sensazioni stupende.
Vero erotismo, gioco di sensi