Una notte all’improvviso

Gli occhi dell’anima sulla pelle

Eccomi a casa, in camera da letto. Guardo l’orologio, sono le due, i cellulari dormono. Che bel piacere spogliarsi, togliersi l’armatura, segno inequivocabile che anche la battaglia odierna è conclusa.
Via subito le scarpe, la giacca, la gonna, il reggicalze, le calze, il reggiseno e poi orecchini e quant’altro.


Un passaggio in bagno a rilassarmi. Infilo i pantaloni preferiti di una comoda e amata tuta, una maglietta e un golfino, non ho voglia di andare a dormire, la sera non può finire così, mi va un caffè e un’occhiata alla posta elettronica potrebbe rivelarsi interessante.

Frattanto la mia mano sfiora quasi distrattamente il sedere. Per associazione di idee abbasso il pantalone e mi guardo allo specchio controllando se ci siano segni visibili. Sì, ci sono tracce.

Che ho fatto stasera? Mi sono spinta oltre, senza una ragionevole spiegazione: sono giornate particolari, in cui tutto perde di significato.

Ho imparato ad accettarmi e so bene che quando son d’umore nero, mi tuffo totalmente nelle situazioni più assordanti, quasi a voler anestetizzare una ferita o un dolore pungente, o annientare i pensieri.

Le tre telefonate che avevano preceduto l’incontro, erano state piuttosto chiarificatrici rispetto al tipo di serata che mi accingevo a trascorrere ed in base a questa percezione, ho scelto una mise nera: gonna longuette elegante, con spacchi laterali discreti e visibili solo a gambe accavallate; giacca nera, ugualmente elegante e di taglio classico, indossata a pelle, con abbottonatura tradizionale, da cui solo un occhio attento poteva intravedere il raffinato e malizioso reggiseno nero.

Una delle mie amate sciarpe di seta nera, sottraeva agli occhi indiscreti la curiosità di capire se sotto la giacca ci fosse un top o nulla.
Scarpe Chanel con tacchi altissimi.
L’elegante mantella, nera pure quella, conferiva un aspetto decisamente signorile e insospettabile.

Lui a prima vista, sospettò di aver incontrato una signora dall’aria vagamente austera, distaccata e per questo… poco raggiungibile. Ma non impiegò molto tempo a rendersi conto del mio “doppio gioco”.
Del resto, quello era ed è il mio stile, francamente un po’ ambiguo: fin da ragazzina risultavo inavvicinabile per quell’atteggiamento algido, distante, di cui non sono mai riuscita a liberarmi, o forse… non ho mai voluto. Non lo so.
Soltanto ad un uomo ardito era dato di scoprire cosa si celasse dietro quell’espressione così distaccata.

Tutto era filato liscio. Al ristorante il tempo è volato, lui, un affascinante trentaduenne, era disinvolto e anche io mi sentivo perfettamente a mio agio.

Durante il tragitto per raggiungere la meta (l’hotel) lui mi prese una mano per portarla sulla patta dei suoi pantaloni, ma non raccolsi l’invito.
Non amo giocare in auto, durante la guida, per vari motivi, fra cui, non ultimo, il rischio di incidenti.
Riprese a dialogare e con naturalezza allungò la sua mano, stavolta sulla mia gamba, infilandola fra lo spacco della gonna e avvicinandosi lentamente al punto di non ritorno, scoprì, non senza stupore, che non era protetta da mutandine.
E già, sotto la gonna non avevo altro che le calze di seta nere, sostenute dal delizioso reggicalze.

L’ho lasciato fare, un po’ compiaciuta, un po’ eccitata. Forse, chissà, in certi momenti, quando l’adrenalina sale, spazza via il buon senso. Ci si lascia prendere dal gioco e ciò che normalmente si rifiuta, può essere non solo accettato, ma vissuto con spericolata incoscienza.
Fatto sta che, contrariamente alle mie remore, colta da raptus erotico, mi sono lanciata in una fellatio durante la guida, che naturalmente ho interrotto prima dell’arrivo in albergo, mantenendo vivissima la sua eccitazione.

Giunti in camera, ormai la complicità era stabilita ed è stato naturale riprendere le danze da dove erano state interrotte.
Dopo i preliminari di rito, mi ha sollevata e girata per tentare un affondo improvviso e un po’ troppo deciso nella seconda porta del paradiso.
Mi sono irrigidita, mi faceva male, ma resistevo.

D’un tratto, tornano alla mente quelle immagini ossessionanti…
Peccato, stava procedendo tutto bene… intanto lui spingeva con irruenza facendomi male, ogni tanto sculacciava: “e va bene – mi dicevo – che colpisca pure, anzi, una terapia d’urto mi scuoterà”.

Rompo il silenzio e: “hai la cinta?” (domanda non superflua, avendo appreso che non tutti la indossano sempre) risponde: “si”. Prontamente gli dico:
“usala!”

Non è mia consuetudine, consapevole del rischio di affidare certe pratiche a sconosciuti di cui non si conosce l’equilibrio, ma è questione di pelle, che oltrepassa la razionalità e se scatta quella molla, l’istinto prevale e la ragione esce dalla stanza.
Lui mi sembrava in quella situazione, l’uomo che potesse incarnare la forza, la determinazione, l’autorevolezza di cui avevo bisogno in quel preciso istante.

Senza alcuna esitazione ha raccolto l’invito e iniziato a colpire, sempre più deciso, ma non so se soffrivo più per i colpi che ricevevo o per il mio stato d’animo devastato.
Ad ogni sferzata un sussulto, ma più colpiva, più penetrava, e così procedendo l’ho sentito tutto dentro senza alcun dolore.
Ormai spingeva con forza e mi piaceva, e ora anch’io spingevo contro di lui, muovendomi sempre più ritmicamente.

Ogni tanto ancora una sferzatina, sempre più rara, sempre più debole. Peccato che ad un certo punto si sia tolto per cercare nuovamente la mia bocca.
A quel punto gli ho sfilato il preservativo con una mano, mentre l’altra è scivolata verso il basso, insinuandosi tra le mie intime labbra calde e umide: ero realmente eccitata, bagnata… e ciò mi sorprendeva perché nelle precedenti, analoghe esperienze, non avevo mai raggiunto un livello di eccitazione così elevato, che si constatava con mano, e mentre toccandomi raggiungevo l’apice, lui mi ha inondata.

Restiamo a lungo immobili, guardandoci negli occhi, in silenzio. Mi fissava stupito, incuriosito e affascinato.
Poi, accarezzandomi con incomprensibile tenerezza, ha cosparso il mio viso del suo nettare che era rimasto sulle labbra, salendo lentamente, fino a disegnare accuratamente il contorno degli occhi: sul mio volto la sua essenza.

Una lunga e calda doccia ha effetti terapeutici: sembra cancellare ogni inquietudine, quasi a convincersi che non è successo nulla da recriminare.

Distesi l’uno accanto all’altra, gli ho domandato: “l’avevi mai usata?”
“Sinceramente no, ma mi è piaciuto davvero tanto, una sensazione che non conoscevo e che non so esprimere, anche se temevo di farti troppo male”.

Poi, come vecchi amici, ci siamo messi a parlare, scoprendo, con piacere, numerose affinità. Parlando parlando, la sua mano ha afferrato la mia per portarla a sé, nuovamente eccitato.

Ricominciamo, ma stavolta non perdo l’occasione di salirgli sopra per lasciarmi andare in un appassionato amplesso… e quando ci vuole, ci vuole!

“S’è fatto davvero tardi, devo andare” e lui: “resta a dormire con me”, “no” gli rispondo, “è meglio che rientri”
“ok, ti accompagno”.

“Allora posso chiamarti per una serata a 3 con la mia donna?”
“Si, certo, quando vuoi”.

Torno a casa di corsa, apro la posta… niente.

Mentre scrivo sento ancora le natiche indolenzite, ma è solo un particolare.

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set 7th, 2008 | Scritto da Kristalia | Categorie: Sui tacchi a spillo

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4 Responses to “Una notte all’improvviso”

  1. 4
    ben Says:

    Sì hai ragione Mirtilla, le parole spesso non bastano per dire quanto sa… scopare la testa Kris… è meravigliosa dentro e fuori…

  2. 3
    Mirtilla Says:

    Estasi e tormento, meravigliosa kri. Naturale, tu non costruisci, tu sei!
    Ben, affascinante non è abbastanza, c’è qualcosa di più, di oltre che non so tradurre in parole.

  3. 2
    ben Says:

    Sei affascinante.. anche e soprattutto quando vai oltre… naturalmente oltre… e il dolore sembra prevalere sul piacere… “Ma è questione di pelle, che oltrepassa la razionalità e se scatta quella molla, l’istinto prevale e la ragione esce dalla stanza”… ecco, vedi? C’è sempre da imparare leggendoti. E le natiche indolenzite alla fine? “Solo un particolare”… quasi disarmante

  4. 1
    Giulia Says:

    Dolce/amara questa storia. Racconti bene lo stato d’animo e fai vivere l’esperienza come essere presente.
    Giulia

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