Metto via – II

Ed eccomi qui, a riprendermi dalle fatiche del mettere via.
Solo che l’orario non è dei più concilianti con la riflessione: la mia testa rossa impazza, come sempre a quest’ora. Eh? Cosa? Massì, dai, Lady ‘Testapazza’! Ecco, le ho dato anche un cognome, così ora ha un’identità inconfondibile. Lady di nome, Testapazza di cognome. Bastasse per irretirla, no no. Si accontenta mica. Eppure l’ho sedata poche ore fa, ma impertinente e spudorata, quando arriva quest’ora, avanza le sue pretese. Sempre.
Ma io non le do retta, chi l’ha dura la vince. Ci mancherebbe altro che debba subire il suo melodico e sensuale richiamo. Si farà quando lo decido io, punto.
Ora mi domanda se sia mai possibile che non riesca a trovare un motore superaccessoriato alla sua altezza. Noooooooo, non ci provo nemmeno. Non c’è, non lo hanno inventato. Anzi, sì c’è, non barare: un motore umano che pochi possiedono… in effetti, qualche volta ci sono salita e l’ho fatto schizzare alle stelle. Che brio, che grinta, che motore fuori classe. Ma quanti ce ne sono? Cinque, sette, dieci… mica tanti di più, io non riesco a focalizzarne di più. Massì, facciamo venti e non se ne parli più. In ogni caso, no. Non voglio un motore in pianta stabile, lei non vuole assuefarsi.

Dunque, caro diario…

Uff, lo sai che non si inizia una proposizione con ‘dunque’! E allora? Mica devo scrivere un romanzo o una relazione. Calma, calma, è solo una pagina di diario: annotazioni alla rinfusa, tanto per non dimenticare. Non remarmi contro, son già abbastanza fibrillante di mio con Lady in fermento. Orsù, non divagare.

Le operazioni imballaggio vanno concludendosi. Ho iniziato con largo anticipo, anche perché mia madre mi ripeteva: “quando inizi? Con quel po’ po’ di appartamento, ti ci vorrà un sacco di tempo per sistemare”. Non ricorda, la mamma, che io ho una capacità organizzativa non indifferente, e soprattutto dimentica l’esperienza. Ne ho fatti di traslochi! Mica uno, due… Non mi sono fatta mancare niente, come si suol dire.

Oggi mi sono dedicata alla camera da letto, con l’occasione, faccio “pulizia” anche qui. Mi passano per le mani abiti da sera, magari indossati una o due volte, e mise particolari. Una non la ricordavo affatto, è travolgente… la mente viaggia, torna ai tempi in cui indossavo questi capi d’abbigliamento… penso che erano questi a fare la loro porca figura, non io. Quando uomini e donne guardavano ammirati, non guardavano me, ma i miei abiti (mai sconci, mai volgari, anzi, molto belli, ma soprattutto d’effetto). Ecco cosa ammiravano. Io ero solo il manichino che li indossava bene. E così la lingerie, tanta, quasi tutta nera. Il mio colore. Nero come l’anima.
Penso che il mio successo dipendesse da questo, solo da questo.

Ritrovato, tra i tanti oggetti, un anello con smeraldo. Non ricordavo di averlo ancora. Dallo stesso soggetto avevo anche collana e bracciale. Non li volevo, e lo sapeva, e così li ho donati ad una vicina di mia madre. Non ho mai voluto regali, altrimenti non avrei fatto quel mestiere. Quella è una scelta di libertà, fatta proprio per non donarsi a nessuno, per non avere vincoli né compromessi. I regali, certi regali preziosi, sono una sorta di ipoteca o comunque una speranza. Io non ho mai donato speranze, non ho mai alimentato sogni. Se li avevano erano auto-alimentati. Quindi niente regali: money! Do ut des! L’anima non è vendibile. Cosa vuoi tu da me? E io cosa voglio da te? Tutto assolutamente chiaro, cristallino, inequivocabile. Niente sotterfugi, niente doppiezze, niente sospetti.
Ma dell’anello mi ero dimenticata, lo darò alla signora clochard, che sta a due isolati da casa mia… sempre che lo accetti.

Quel telefono… l’ho acceso un’ora fa perché ho esaurito la carica dell’altro. Vibra (ho solo il vibro perché non sopporto la suoneria), uno dopo l’altro, numeri che non conosco perché non li ho memorizzati… vuol dire che erano tranquilli. Memorizzavo solo quelli interessanti o quelli da ricordare in negativo. Eccone uno. Imperterrito continua a chiamare da almeno 6 anni, come tanti altri. Eppure gliel’ho detto che non sono interessata alle sue proposte. Che chiami, io non rispondo, l’ho memorizzato apposta. L’ultima volta mi ha fregata, ignoravo il numero e candidamente ho risposto. Subito riconosciuto dalla voce, peraltro molto molto bella.
Dice… forse non ti ricordi di me. (Come no? È molto meglio che ricordi).
Ci siamo visti una sola volta, ma il pensiero di te è sempre molto intenso. Mi piacerebbe da morire poterti rivedere. Ricordo ogni particolare di te: com’eri vestita, il tuo viso, le tue gambe, tutto di te (?) e la tua sensualità. Ricordo che…
“Giancarlo, anche io ricordo, non è necessario che fai il reportage di quella sera”.
Ero in auto con lui, lontana dalla mia, e su una strada statale di sera. Si è infrattato e non c’è stato verso di portarlo verso un luogo più consono. Gli ho calmato i bollenti spiriti, diciamo così, oralmente gratis et amore dei. Perché mai avrei dovuto reincontrare un tipo che fa il furbastro da strapazzo? E mi dice che non dimentica quei momenti? Quali momenti? Quale mia passione? Non ero affatto appassionata, casomai ero contrariata… volevo solo tornare in fretta alla mia auto.
Memorizzato il suo numero e a meno che non mi chiami con uno nuovo, non risponderò più.

Quanti bijoux. L’oro è archiviato, non lo indosso praticamente mai, non mi affascina.
Chiamarla bigiotteria è riduttivo. Sono collane molto belle e anche gli orecchini lo sono. Scrivo su un foglio di quali gemme si tratta. Lapislazzuli, Opale rosa, Corniola, Perle di fiume, Pietra ossidiana quarzo rutilato… tutte con infilatura manuale e intercalari e chiusura argento. Dolci ricordi. Ah, e Pietra di luna, la mia… dicono. La mano sapiente che me le ha fatte, mi è cara. Dolce sorellina, che ritaglia il suo tempo libero, per lo più a tarda sera o la domenica, per seguire la voce della sua passione: le gemme. I suoi manufatti sono realmente e obiettivamente di classe. Le hanno anche chiesto di esporli o di venderli in gioielleria, ma lei non è d’accordo.
Le ho proposto un sito web, glielo farei con grande piacere, ma non se ne parla.
Il ricordo è dolcissimo perché ha iniziato a farmele quando ero malata, semi-inferma. Mi avevano concesso di andare a casa qualche giorno a patto che restassi a brevissima distanza dall’ospedale. Ero a Milano, per fortuna avevo l’appartamento lì.
I neurochirurghi si erano raccomandati: “la massima accortezza, signora. Lo sa che è viva per miracolo e che il suo è un caso rarissimo”.
“Sì, lo so e avrò tutta la cura che devo avere. Lo so che sono stata risparmiata”.

Lo so, ma non so perché. Forse oggi qualcuno se ne rammarica, sarebbe stato meglio se non fossi sopravvissuta, ma non è dipeso da me.
Ho pensato e ripensato al senso di tutto questo. Sono arrivata a sospettare che evidentemente, devo fare qualcosa – che ignoro ancora – e che la mia mission sulla terra non è conclusa. Forse.
Ma poi penso a tutte le vite interrotte prematuramente, e allora deduco che non sia solo una questione di compiti. Credo.
Lei “ricamava” (in senso figurato) la mia collana, mi pare la Corniola e mi chiedeva cosa ne pensassi, ma io pur apprezzando, mi addormentavo continuamente. Non ero in condizioni psico-fisiche delle migliori.

Poi, il tempo è passato. Mi sono ripresa e a mano a mano, reimbastivo la mia nuova vita. Diversa dalle precedenti, naturalmente. Non dico in Atarassia, ma contenendo lo stress e le tensioni, letali per me. Poi… è successo. Forse è successo proprio perché non avevo alta la guardia, a causa del mio stato emotivo, più emotivo rispetto a prima dell’evento. Ero più vulnerabile, e non ero preparata ad affrontare una bufera. Così ho conosciuto lo stress sentimentale, le tensioni, il dolore… che non avevo mai avuto. Non ho mai sofferto per amore. E forse adesso posso anche morire, a ben pensarci.
Forse mi mancava questo e lassù non mi ritenevano pronta per il “decollo”. Come si fa a morire se non si prova almeno una volta nella vita a lacerarsi in amore? Era forse questa l’esperienza o la mission mancante? Ne ho fatte tante nella vita, che non sarebbe stata completa senza questa di esperienza.
Ma sono pensieri che mi posso permettere di avere, mentre continuo a mettere via le mie cose.

La parrucca. Che carina che ero così conciata. Sembravo una bimba felice d’esserci. Avevo i capelli rasati e la parrucca mi ricordava la mia condizione di fortunata. Nemmeno il parrucchiere si è accorto che si trattava di parrucca. Non mi vedeva da molti mesi, e quando sono andata, poiché i capelli erano cresciuti un po’, vedendomi con la parrucca ha pensato che lo avessi tradito con un suo collega.
La tengo.

Adesso i capelli hanno la lunghezza che avevo allora. Stavolta li ho lasciati crescere… così… naturali, come nella foto che ho appena ritrovato. Stessa lunghezza. Anzi, la metto sul mio profilo…

Profumi, parecchi, ma io ne uso uno solo. Il mio. Non cambia perché è proprio mio, mi caratterizza, o meglio, risponde pienamente alla mia personalità. Gli altri… sono lì a sottrarre spazio.

E adesso basta, diario mio. Non ho più voglia di scrivere… è scesa un po’ di malinconia.
Lady Testapazza è un po’ più tranquilla, strano. La sento, si fa sentire, ma non mi sta attanagliando. Per ora.




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mag 18th, 2010 | Scritto da Kristalia | Categorie: Scarabocchi

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5 Responses to “Metto via – II”

  1. 5
    Kristalia Says:

    Probabilmente sì, caro Bibi.
    Non so se sia una fase temporanea… una delle mie… dettata anche e soprattutto dal fatto increscioso di non sentirmi libera di raccontarmi. Libertà limitata “spintaneamente” che non tollero. Ho sempre evitato i compromessi e fare le cose come piacciono agli altri disturba parecchio la mia sfera psichica. Comunque, quanto prima risponderò con un post anche ai lettori che via email mi chiedono “lumi”. :-)
    A presto.

  2. 4
    Bibi Says:

    Beh? Blocco blogger?
    a.y.s. Bibi

  3. 3
    Carlo Says:

    No kri, non erano gli abiti!
    La tua femminilità, il tuo fascino, la regalità, la tua particolarissima sensualità. e come dice ben…. gli occhi! Condivido in toto quello che ha scritto lui.
    Un caro saluto.

  4. 2
    ben Says:

    Ah dimenticavo… c’era questo passaggio che non mi ha convinto…”Quando uomini e donne guardavano ammirati, non guardavano me, ma i miei abiti (mai sconci, mai volgari, anzi, molto belli, ma soprattutto d’effetto). Ecco cosa ammiravano. Io ero solo il manichino che li indossava bene. E così la lingerie, tanta, quasi tutta nera. Il mio colore. Nero come l’anima. Penso che il mio successo dipendesse da questo, solo da questo”.
    Ma allora è un tuo vezzo, dire per farti contraddire? Ci vuole un bel coraggio a pensare che ti guardavano-guardano solo per i tuoi abiti, che fossero scollati o aperti finchè vuoi… ma scusa e gli occhi allora, chi li guardava? Sono quelli che a volte mettono in difficoltà chi ti osserva e magari non riesce a sostenere il tuo sguardo dolce e malinconico… ma anche provocatore… innocente, come no…ma a volte quasi di sfida, certo se si supera il primo impatto… poi la strada è tutta in discesa… quasi… se si entra nella tua testa… ma ridai agli abiti quel che è degli abiti…

  5. 1
    ben Says:

    ma vedi come sai spiazzare? se “Metto via” mi aveva colpito, “Metto via 2″ mi colpisce doppiamente… una ventata dolcemente travolgente, come sai fare tu… con ironia, sempre… sensualità, come no… quella ce ‘hai dentro, è tutta tua…. fascino di femmina un po’ pazza come la sua Lady irrequieta… elegante come i tuoi pensieri sparsi e spettinati… ma sempre avvolgenti e coinvolgenti…mai che lasci tranquillo uno che ti legge, eh? lo fai volare, magari anche senza cinture… tanto poi sai che atterrare è dolce fra le tue curve…ehi, ho detto qualcosa di male? mica si può sempre tirare dritto, no? fermiamoci un attimo e facciamo ordine, alla tua maniera naturalmente… sarà molto piacevole…

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