Memorie dal Grand’Hotel – II -
di Bruno Crespi
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Anche Anabel e Juan erano tornati là per la loro ora felice. Non certo la sola, una delle tante, forse la più spensierata. Quando si era fatto buio, era iniziata la caccia grossa dei gatti agli scarti dei pescatori. Di notte il mercato apparteneva a loro. La giornata passata fra le bancarelle era stata anche l’occasione per un’esplorazione nel passato, non quello dei grandi uomini e delle famose battaglie, ma quello degli uomini della strada che, esattamente come tutti, dovevano nutrirsi ogni giorno, e avevano le loro predilezioni e le loro debolezze. Camminando per le vie, quante volte erano rimasti colpiti da particolari che magari fino il giorno prima, non avevano notato! Dei piccoli tesori nascosti, delle stranezze mimetizzate tra le cose più comuni, che a prima vista erano quelle che prevalevano e colpivano l’attenzione di un passante distratto. C’erano delle ricchezze ormai degradate dal tempo, che però continuavano a mantenere il loro fascino, chiese decadenti, balconi decorati, vicoli misteriosi, bancarelle con prodotti di ogni genere, muri segnati dal tempo o da frasi d’amore, manifesti di santi e di politici, vie dagli strani nomi, chiese trasformate in negozi, alberi che si abbracciavano, o comunque particolari di monumenti, e di chiese. Erano entrati in una no man’s land, un terreno di confine tra le zone dei quartieri originari dismesse, e quelle, degli stessi quartieri, che erano state invece in parte riabitate da immigrati. Cumuli di macerie segnavano il confine, protettive come colline. C’erano state villette, uffici, perfino scuole in quel luogo abbandonato, dove le erbacce avevano invaso anche le strade, con molti edifici fatiscenti, che minacciavano di crollare rovinando a terra, o già sventrati in sagome sinistre. Il senso di desolazione era reso ancor più inquietante dai resti ancora evidenti di strutture per bambini. Una scuola per l’infanzia, dal cui cemento il tempo aveva tolto buona parte dei colori accesi con cui era stata dipinta. Rottami di giochi all’aperto che non avrebbero più suscitato gioia di bambini, come le loro risa non si sarebbero più sentite. Un edificio più alto, forse quello più alto, era là, spezzato in due e ripiegato su se stesso. La sua struttura era collassata internamente. Dentro i resti di quel grande edificio, solo spezzoni e mozziconi di pareti sopravvissute in precario equilibrio. In mezzo alle rovine, si scorgevano tuttavia i segni di un qualche lavoro. Alcuni edifici, probabilmente i più pericolanti, erano stati smantellati, per non essere lasciati là finche non fossero crollati d’improvviso, provocando danni o, peggio, vittime. In alcune aree i detriti erano stati rimossi. Non stava a significare una ripresa delle attività in quella terra di nessuno. Molto più probabilmente, al limite di quel quartiere, che pure era il più povero, si aggiravano uomini ancor più disperati, che non avevano neppure un lavoro da schiavi con cui vivere, se pur quello poteva dirsi vivere. Loro erano sotto questa soglia. Forse clandestini, forse tossici senza più un soldo per farsi, relitti, ombre. Invisibili di giorno, un popolo del sottosuolo, che là sciamava dai suoi lerci e precari rifugi. Si aggiravano, come lupi, meglio, come iene o sciacalli, a frugare e rovistare in cerca di avanzi e scarti di gente che avanzi e scarti evitava più che poteva di lasciarne. Non per mancanza di carità, ma per la propria sopravvivenza. Ad Anabel e Juan non erano potuti non venire alla mente gli scenari rappresentati da Victor Hugo, delineati e resi dalla magia delle sue parole. A Juan, che non era mai riuscito a impedire che idee e considerazioni si formassero nella sua mente improvvise note di giornalista, quasi dovesse scrivere di quello che più lo colpiva o lo sollecitava, era tornato in mente, ben custodendolo però nella sua mente, un termine per descrivere con una sol parola quella gente: sottosottoproletariato. Karletto, Marx va’ da sé, si sarebbe rivoltato nella tomba, ma, prima di darsi tanta pena, venisse un po’ lì a vedere. Gli sarebbe bastato chiedere qualche ora di libera uscita da quel mondo in cui ora era, anche se aveva sempre sostenuto, e mai non creduto, che esistesse. Al di là della no man’s land, erano stati colti nuovamente di sorpresa da uno scenario improvviso e inatteso. Un bassofondo degradato, caseggiati, grossi edifici popolari composti da più abitazioni delle quali chi vi viveva occupava una o due stanze, secondo il numero dei familiari o dei componenti quel gruppo, con servizi e cucina in comune; anche se molti si erano adattati a cucinare su fornelli a gas, nel loro locale. L’acqua corrente era rara, ci si erano adattati con secchi e taniche, con cui attingevano alle fontane. Casamenti degradati, butterati dalla caduta dalle facciate di grossi frammenti di intonacatura. Le vie erano strette, un tempo le corde per i panni erano stese tra le due case dirimpetto. Quelle con lo scorrimento a rotella, sia per far avanzare mano mano i capi stesi, sia per un uso comune tra i dirimpettai, sia, infine, per adoprarle, slegatone un capo, per sollevare fino al piano il cesto con la spesa, o altro, che fosse più agevole far arrivare che non andare a prendere. Non c’erano più quelle corde. I vicoli erano ancor più stretti, da una finestra all’altra ci si sarebbe potuti dare la mano, passarsi qualcosa. Ma non c’erano mani che sporgevano. Le vie erano un’arlecchinata di asfalto, acciottolato, sterrato. Infossate al centro, ove sopravvivevano canali di scolo e grosse griglie della fogna in ghisa; a dorso di mulo; piane, se così si poteva definire una superficie che pareva quella di un foglio di carta prima appallottolato e poi malamente di nuovo aperto e steso. Sarebbe sembrato un quartiere fantasma, non fosse stato per i negozi che si susseguivano su ambo i lati della strada. Erano locali al pianterreno, scatole con tutta la facciata aperta. L’interno squallido, un bancone ed una cassa. In qualcuno, pochi scaffali sbilenchi e in equilibrio precario, con qualche prodotto. Il più delle merci era in confezioni multiple, ed era ammassato per terra, sul pavimento, e davanti all’entrata del negozio. Sarebbe potuto sembrare che in quel quartiere vivessero solo famiglie numerose, perché se alcuni prodotti, l’acqua, un esempio su tutti, potevano essere acquistata in involucri da sei e conservata, in ogni caso sempre utile; altri, sempre in confezione multipla, non avrebbero potuto diversamente essere consumati prima della scadenza, tanto più che, Juan e Anabel ne erano certi, doveva trattarsi di merce dalla scadenza molto prossima. Erano molti, invece, i single, ma nessuno viveva da solo. Per necessità, per tradizione, per cultura, si erano formati gruppi, più o meno piccoli, per condividere tutto: l’abitazione, le spese, la solitudine. C’era chi vendeva un’ampia e varia quantità di prodotti, e chi di un solo tipo. Gli alimentari, soprattutto, avevano turbato Anabel e Juan. Esposti su banconi, senza nessuna protezione, senza nessuna igiene, con l’interrogativo, per i due, su cosa sarebbe accaduto della merce invenduta alla fine della giornata, non essendoci un minimo di attrezzatura per la conservazione. Si respirava un’aria pesante, anzi, più che pesante, ristagnante. I venditori stavano appoggiati allo stipite delle porte, o al muro, o seduti su vecchie sedie appena fuori i loro negozi. In silenzio. Instancabili reggitori di muri. Ognuno ascoltava la propria radio, che portava loro la voce della loro terra. Non c’erano, però grida a magnificare la propria mercanzia, o a richiamare i passanti, a scambiarsi motti da un negozio all’altro. Solo una tacita attesa che qualcuno si avvicinasse ad acquistare qualcosa. Un silenzio di rispetto. Ed anche allora tutto avveniva a bassa voce, con discrezione, quasi non si volesse svegliare quel quartiere che stava dormendo. Nessuno aveva mostrato interesse per i due stranieri, che avevano semplicemente attraversato il loro campo visivo, per i pochi istanti nei quali erano transitati loro innanzi. Mancavano non solo le voci, i suoni, i colori; mancava soprattutto la vita. Non c’era vita, solo attesa. Era, a volerla mettere così, un quartiere unico nel suo genere. Sì, incuria, case in sfacelo, un po’ di pericolo per i passanti di ricevere una tegola in testa, non ci si sentiva troppo sicuri. Anche vivendoci, però, ci sarebbe voluta una disposizione del tutto singolare per apprezzarne lo spirito particolare, tante rotelle con un naturale moto segreto, come se il tempo non fosse mai passato, e solo i muri si fossero scrostati, o crepati, o crollati. Erano africani dell’Africa centrale; quella che un tempo era stata chiamata l’Africa nera. Nel quartiere arabo tutto era rifugio e pretesto per lo spiccare dei colori, il risaltare dei suoni: il mare, il sole, i giochi di rosso e di bianco delle terrazze verso il golfo, le ragazze dalle gambe formose. Là, invece, in quel quartiere che era sembrato fatto per chi aveva perso la gioventù, non c’era nulla cui appigliarsi, e nessun luogo in cui la malinconia potesse salvarsi da se stessa. Né posti dove si potesse sfuggire alla propria umanità, e liberarsi con dolcezza da se stessi. Un quartiere abbandonato che componeva tutto lo sfondo della vita di chi vi viveva, con i suoi silenzi e la sua noia. I silenzi non avevano tutti la stessa natura, secondo che nascessero dall’ombra o dal sole. C’era il silenzio del mezzogiorno sulla Piazza degli Arabi, e quello davanti alle sudice botteghe dove si poteva misurarlo dal ronzio delle mosche. Il silenzio di chi non poteva strapparsi da quei luoghi per ritrovare i mormorii del suo sangue. Le felicità di quella gente erano state brusche e spietate, e da tempo avevano capito che tutto era loro dato per essere tolto. La loro vita aveva seguito la curva delle grandi passioni, improvvise, esigenti, generose. Avevano la loro morale, molto particolare, e chi mancava a quei comandamenti elementari non era un uomo, e la faccenda era chiusa. Juan aveva inconsciamente pensato come quel loro codice potesse sembrare il solo disinteressato, un codice cui certo la morale del bottegaio era sconosciuta. Eppure, là, erano bottegai. Forse erano nati per l’orgoglio, ed erano quelli che nutrivano la maggior vocazione per la noia. Juan e Anabel avevano sentito salire un’orribile tristezza da quei luoghi. Là era un popolo senza passato, senza tradizioni, privo di poesia. Il contrario di un popolo civile poteva però essere un popolo creatore. Un popolo interamente proiettato nel presente, che viveva senza miti, e senza consolazione. Aveva messo tutti i suoi beni su questa terra, ed era rimasto perciò senza difese. Gli era stata prodigata la singolare avidità che sempre accompagnava quella povertà senza futuro, in cui ogni cosa fatta mostrava il disgusto della stabilità, e la noncuranza del futuro. Un vuoto di tenerezza davanti al quale si potevano affermare tutte le verità, e sul quale nessuna promessa ingannatrice aveva tracciato i segni della speranza. Tra quello squarcio di cielo lungo e stretto, e quei visi rivolti verso di esso, solo pietre, carne, e quelle verità che la mano poteva toccare. Senza dubbio ciò non poteva bastare, ma in certi momenti tutto in loro aspirava a quella patria dell’anima. Juan aveva pensato che una sola cosa fosse più tragica della sofferenza: la vita di un uomo infelice. Come lui. Ma era una vita che gli aveva anche insegnato a non barare. Aveva visto molti ostentare l’amore per eludere l’amore della vita. Si provavano a godere facendo delle esperienze, ma era un’astrazione. Ci voleva una vocazione rara per saper godere della vita. Non c’era molto amore nelle vite di cui gli avevano parlato coloro che dicevano di amare. Si dovrebbe dire che non ce n’era più molto, di amore. Lui, almeno, non aveva eluso nulla. Gli era tornato in mente quando aveva visto la testa di una giovane donna con gli occhi chiusi, il collo rovesciato, i capelli tirati –l’oscurità della stanza gli aveva impedito di vederne il colore– castano chiaro, anzi ramati, forse era così. Oppure erano neri? La pelle gli era sembrata trasparente. Quella linea del naso, il labbro inferiore dall’orlo rosa vivo: lo conosceva, lo riconosceva. Aveva ricordato le conversazioni, i sussurri di voci femminili che uscivano da labbra che parlavano come sotto una maschera; in una lingua che non era mai uscita alla luce del sole, salmodiata, declamata, ma sempre con la bocca e gli occhi immersi nel nero. Donne orgogliose delle loro tradizioni, donne velate che si muovevano come ombre nelle loro case, tra i cortili, nelle vie. E lui era stato affascinato dalla bellezza di una giovane ragazza. E aveva scoperto la vera bellezza del nudo femminile, sotto un’intensa e tuttavia sottile luce. E aveva scoperto la leggerezza nel corpo femminile di una bellezza statuaria. Una perla di sudore su una tempia di Juan … La goccia stava per cadere. All’improvviso il profilo aveva comincia a beccheggiare; a destra, a sinistra, senza più i piani di colore dolce; la perla di sudore era diventata una lacrima, poi un’altra.
- Anche Anabel si era come rifugiata nei suoi pensieri, per vincere lo spiacevole imbarazzo che le stavano dando quei luoghi. Aveva ripensato al giorno del loro arrivo, quando si erano svegliati, dopo aver fatto l’amore. Dopo una doccia erano tornati a letto, e Juan l’aveva ancor più attirata a sé, e, stringendola, l’aveva baciata sulla nuca. Alla fine, col fiato corto, si erano voltati di fianco, uno di fronte all’altra. Il volto di lei si era fatto rosso, i capelli scarmigliati, la bocca umettata e socchiusa. Con occhi, profondi e brillanti, lo aveva fissato incantata, a sua volta incantevole. Si era sentita anche sopraffatta dall’imbarazzo mortificante di rimanere lì, immobile per la forte emozione, senza sapere come muoversi, come da troppo amor costretta condursi[i]. Aveva sentito le mani di Juan muoversi con carezze di sensualità tenera, lungo le gambe, e così suasive nel fargliele scostare perché le sue carezze potessero farsi più intime. Aveva sentito aumentare l’eccitazione, e, insieme, il nervosismo. Aveva sentito le labbra di Juan posarsi sulle sue gambe, baciandole, ripetendo l’andamento lento che avevano percorso le sue mani, per poi tornare a farlo ancora, questa volta con la lingua. Un calore quale non aveva mai provato era andato montando dentro di lei, fino a scioglierla. Nonostante la sua disinvoltura, e la sua aggressività, non aveva avuto grandi esperienze prima. Anzi … giusto un paio e piuttosto deludenti. Solo cattive occasioni. Non che avesse avuto aspettative o, peggio, esigenze. Sapeva solo per sentito dire, per confidenze non si sapeva mai quanto reali –in verità poco niente, anche tenendo conto delle gonfiature, e quanto fantasiose, spesso di fantasie un po’ malate o perverse-. E poi gli adulti, che non avevano mai detto nulla, tranne che non si doveva fare prima della prima notte di nozze. Aveva cercato di trovare una risposta senza avere l’aria di cercarla, ma loro avevano conservato gelosamente quei segreti. E le amiche più grandi che avevano saputo solo dire: disimbranati, fa come me! Già, ma loro, come facevano? Il suo primo bacio sulla bocca, accora lo ricordava. Le prime labbra socchiuse, con le braccia strette attorno al collo. I suoi capelli erano lunghi fino alle spalle, annodati con un foulard, i suoi seni piccoli ma già ben rotondi, ben disegnati, che promettevano di diventare come quelli delle dive del cinema. Nessuno aveva osato toccarglieli. Si era immaginata come li dovesse sentirli quando, abbracciandola ben forte, il ragazzo si schiacciava contro il suo petto. E aveva ricordato anche l’imbarazzo del farlo nel piccolo bosco di abeti dietro il parco pubblico, in pieno giorno, col pochissimo tempo rubato con improbabili sotterfugi, con la possibilità che qualcuno li vedesse. E, ancora l’imbarazzo e il timore quando aveva sentito per la prima volta qualcosa di lui diventare grossa e tendere i pantaloni, battervi contro. Aveva creduto che si sarebbero rotti. Lui era sembrato esserci abituato, e che avesse la situazione sotto controllo. Col secondo era stata un’esperienza orripilante e traumatica, quella che le aveva fatto desistere da altri tentativi. Anche a lui, nel piccolo bosco di abeti dietro il parco pubblico, si erano gonfiati pantaloni, ma, invece di scostarsi, come il primo, l’aveva spinta contro il tronco di un albero dopo averla fatta girare di spalle, e si era premuto contro di lei. L’aveva sentito contro di lei, grosso e duro. “Che bel culetto tondo”. Lei era rimasta paralizzata dal panico. Aveva sentito il fruscio della zip. Poi le si era sfregato contro di nuovo, e aveva capito che quel coso grosso e duro era nudo. “Perché non me lo baci?”. Lei aveva tentato di sottrarsi e scappare via, ma lui l’aveva trattenuta per un braccio, facendole un gran male. Non aveva gridato solo per orgoglio. E per paura che lui avesse potuto eccitarsi ancor più. “Scommetto che hai un bel paio di mutandine belle soffici! Lo vuoi … su per il culo?!!!?”. Le aveva torto ancora di più il braccio, e il bisogno di gridare era diventato incontenibile. Le aveva sollevato il vestito, rivoltandole la gonna sulla schiena, e afferrato l’orlo delle mutandine, tirargliele giù. Allora aveva sentito quel coso sulla sua pelle. Lui le aveva soffiato in un orecchio: “Chinati giù, come se dovessi lavarti i capelli nel lavello”. La torsione l’aveva costretta, con una mano la stava tenendo per il braccio, con l’altra le stava forzando le cosce che lei aveva chiuso strette. Preso dalla sua stessa frenesia, le aveva appoggiato quel coso grosso e duro nella fessura delle gambe e all’improvviso aveva spinto e schiacciato forte, poi ancora più forte, nel tentativo di forzarla, per poi infilarglielo. Alla fine c’era riuscito. Anabel aveva sentito qualcosa rompersi dentro di lei, poi un liquido viscido e caldo colare. Il suo grido non era stato però il più acuto, superato da quello di lui, che aveva combinato un pasticcio. Per foga e per ignoranza, spingendo così forsennatamente, il pene, che fuorusciva tra l’apertura della zip e l’elastico delle mutande –non aveva voluto calarsi le braghe-, si era come incastrato, e s’era lacerato. Sentendosi improvvisamente libera dalla stretta, Anabel si era raddrizzata e voltata, vedendolo a terra, le ginocchia sollevate al petto, le mani infilate tra le gambe, il volto pallido e tirato rigato di lacrime, che ululava a denti stretti. Il dolore doveva essere orribile. Anabel non aveva però perso tempo, si era ricomposta come meglio poteva fuggendo verso casa. Appena vi era giunta si era gettata sotto la doccia. Per lavarsi da quello schifo, ma anche dalla paura, dal sudiciume che lui le aveva lasciato addosso, e non solo sul corpo. Aveva capito di aver perso la verginità, ma non era successo null’altro, di peggio, d’irreparabile. Il liquido caldo e viscido che aveva sentito colare era sangue, che, non avrebbe potuto dirlo con certezza, ma presumeva con buon senso, doveva essere in gran parte non suo, ma del sordido maiale che aveva tentato di stuprarla. Anche se lui non la vedeva certo così, probabilmente pensava che fosse una prodezza quella che voleva portare a termine. Della quale, alla fine, anche lei gli sarebbe stata grata. Aveva pensato che non si sarebbe più meravigliata di nulla. Quella giornata l’aveva lasciata esausta, come se una forza ingorda e oscura avesse risucchiato tutta la luce del suo essere. Aveva continuato a lungo a sentire su di sé quelle mani invadenti e rozze. Poteva ancora sentire quel grosso verme duro scivolare sulla sua pelle, penetrarle dentro, e rubarle la sua illibatezza. A lungo le era anche rimasto nel naso il puzzo acre di quel porco laido e ripugnante e senza ritegno. Non l’aveva mai detto a nessuno, nemmeno a Juan, cui avrebbe voluto confidarlo più che ogni altra cosa, perché sapesse che lui era veramente il primo, e il solo. La sua rabbia e il suo rancore, dopo quel giorno così lontano e così vicino, si erano andati gonfiando e facendosi più acuti, non solo nei confronti di quel sozzo, ma di tutta la propria famiglia. Non le avevano chiesto nulla. Neppure avevano badato a quanto era sconvolta, affannata, paonazza, insudiciata, con capelli e vestito in scompiglio. Non avevano chiesto nulla, non avevano detto nulla. Le era tornata alla mente ciò che qualcuno aveva detto: sepolcri imbiancati. Ecco quello che erano stati, ed erano comunque ancora. La sua vita, soffocata dai lacci e laccioli di ciò che era conveniente e corretto, era diventata un carcere: un 41bis.
- I giorni si susseguivano sempre uguali … No, i giorni erano tra loro diversi nel corso della settimana, ma, una settimana dopo l’altra, i giorni corrispondenti erano identici. Il susseguirsi continuo, il ripetersi implacabile, il già vissuto inesorabile, in cui ogni settimana ripeteva quella precedente, che sarebbe stata ripetuta da quella successiva. Tutto era finito per confondersi, settimane e giorni, in uno sfocato indistinto, che lei percorreva con la stessa angoscia e prostrazione di chi, smarritosi nel deserto, continua a camminare, di notte, ché di giorno friggerebbe, privo di qualsiasi strumento, orientamento, e punto di riferimento, nella speranza di raggiungere qualcosa che non sia un miraggio, e non s’avvede di continuare a girare in tondo, in cerchio, perché nulla sta a indicarlo, e nemmeno solo a far sospettare che stia avvenendo, proprio perché da una differenza, seppur minima, si può notare il cambiamento, e in un deserto, o una vita, dove nulla cambia, si continua a girare in un circolo vizioso e senza uscita. L’educazione e l’istruzione che le erano state impartite la spingevano a far trovare appagamento e felicità in quella ripetizione, tanto più appagante e felice quanto più era identica, esattamente uguale, la replica. La vita come un’interminabile catena di montaggio, con tanti Chaplin operai, alienati da un lavoro tanto ripetitivo e povero nelle fasi, che si era arrivati a dire si sarebbe potuto benissimo farlo fare da delle scimmie ammaestrate. Le scimmie, però, non erano state così fesse. La soddisfazione consisteva nel costatare quanto rigorosamente precisa fosse la replica; l’emozione nel pregustare come tutto era filato liscio; vinto il timore dell’imprevisto, che avrebbe sfasato tutto fino a ingripparlo, a bloccarlo. Tutti sarebbero stati colti dal panico, avrebbero perso la testa, il lume della ragione. Era arrivata a pensare che i fatti tragici, di violenza e sangue, così frequenti e melodrammatici nella sua terra, non fossero da addebitarsi al carattere degli abitanti, permaloso, orgoglioso, facile all’ira e veloce alla vendetta, quanto all’effetto di quegli improvvisi imprevisti che mandavano tutto in tilt, rompendo le routine, sfondando gli scenari, spaccando le cornici, squinternando i ruoli. La pellicola spezzata, lo schermo bianco e vuoto … e quanta paura sa produrre il vuoto! E, invece di affrettarsi e affannarsi a riparare la pellicola, tutti o immobili a fissare lo sfarfallio sullo schermo, o … caccia agli untori. Gli anni della sua adolescenza: gonne nere lunghe, camicette bianche con i colletti allacciati fin sott’il mento. Vite false, in lutto, tristi simulacri. Cervelli modellati dalle famiglie secondo eredità ancestrali di generazione in generazione. Stati di vita stati d’amore che non avrebbero più dovuto essere difesi perché erano già stati di morte. Follie! ‘Come vorrei sputare sulle vostre facce, bare pesanti di benpensanti, per la vergogna che mi avete voluto inculcare per il mio corpo, che ora ho infine ritrovato. E per quel pene, sudato e che puzzava, che mi si è strofinato contro e si è sfregato e mi ha penetrata. Pietà per le vostre vite folli di paura che l’amore potesse penetrare in voi anche solo contagiarvi?! Mi avete torturata, umiliata. Ancora benedite i simulacri e perseguitate la verità. La vita è una poesia di mille voci e mille colori e voi avete rubato tutti i colori e tutte le voci. Avete ucciso i miei sedici anni perché vi è parso più semplice bruciare quella tappa maledetta nella quale le mie giunture scrocchiavano ancora sotto il crescere delle ossa. Mi avete redarguita aspramente e intimato di non comportarmi come un animale ma almeno gli animali scelgono come capi i più forti e i più belli mentre voi … voi eleggete dei vecchi malridotti che vi promettono sicurezza agitando il loro bastone, ma con una mano che trema, e portate sugli scudi i più vecchi tra voi perché per voi è un crimine non essere vecchi … e non essere capi. Certificati di matrimonio doveri coniugali. Non deve esercì uomo prima non deve esserci uomo dopo. Solo quello che si è preso la tua verginità te l’ha tolta te l’ha rubata. La brava ragazza aiuta le vecchiette a portare la spesa le aiuta ad attraversare le strade cede loro il posto sull’autobus non fa la smorfiosa a destra e a sinistra con i ragazzi pensa solo al suo avvenire e alla sua condizione i suoi devono essere fieri di lei una ragazza modello che non tocca né si lascia toccare dai ragazzi che si dà da fare come una matta per diventare la moglie di qualcuno che possa un giorno dire mia moglie la mia fuoriserie la mia casa il mio ufficio mio perché lì comando io come a casa mia. E il mio capo che dice ancora a tutti lei con un cognome ma per lui io sono un tu con un nome e mi mette la mano sulla spalla e mi dice che presto poteri essere chiamato a più alte responsabilità e fa su con l’indice e il capo e tutti ai miei ordini ti immagini!?. Un marito con uno stupido completo in tre pezzi tagliato sulla sua figura volgare come quello che indosserà nella sua bara pesante di benpensante e io gli sputerò in faccia. E diverrà polvere frammischiata alla polvere avvolto nella polvere ecco cos’è la tua realtà piccolo uomo le alghe di scoglio non colmeranno più le tue rughe e l’olio di tartaruga non ammorbidirà più la tua pelle vecchia e grinzosa non ci sarà più il completo a tre pezzi non ci sarà più quella che chiamavi la bella vita ma solo polvere. E nuvole. Ci sono nuvole che arrivano da lontano voi piccoli uomini non amate le nuvole che corrono libere sulle vostre case sulle vostre ville e si affrettano verso tutti quei paesi barbari che voi non conoscete e non volete conoscere. Piccoli uomini che volete essere capi e gridare ordini e infliggere punizioni e sentenziare condanne. Lacrime negli occhi stupiti grandi singhiozzi e preghiere mormorate nell’isolamento della camera e tutto ciò che era bello che dava piacere era finito nella spazzatura ed erano rimate solo porcherie schifezze da bruciare sul rogo. E io avrei voluto morire ma non morivo. E tu Juan che non sei un piccolo uomo sapresti proteggermi? Mi difenderesti per sempre?!’.
- Finalmente, dopo aver percorso solo un paio di vicoli stretti stretti, si erano ritrovati nella Pizza Maggiore. E si erano ritrovati nella vita presente. Lei stretta al suo braccio. Lui commosso da quella stretta. Migliaia di ragazzi e ragazze, mogli e mariti, giovani e vecchi, si stavano godendo le centinaia di dolci differenti, oppure l’immancabile granita. A parte i tipici locali dove si arrostiva carne senza soluzione di continuità, c’erano tantissimi ristoranti, anche ricercati. In particolare erano molto affascinanti quelli vicini al porto, dove si poteva scegliere il pesce che sarebbe stato servito. Juan non si era più lasciato distrarre, e si era lasciato guidare da Anabel, che pure aveva disperso i ricordi. Quel giorno si era spaccato in due schiacciando la città con tutto il peso della sua calura. Un’afa luminosa era piovuta dal cielo, nel sole, nell’immensità del fantastico scenario che avevano potuto ammirare, quasi in esso immersi. La sera erano di nuovo usciti, Anabel sempre al braccio di Juan. Quando erano stati pronti per lasciare il Grand’Hotel, Juan era stato colpito dalla bellezza e dall’eleganza di Anabel, con un vestito leggero, dai colori chiari, e sandali. Nel suo viso regolare un sorriso, che brillava come olio nei suoi occhi. La sua bocca fremente era così ben disegnata che l’aveva trovata bellissima, il volto della felicità –anche della sua- piena d’immagini vibranti e d’impulsi segreti. Quasi di fronte al Grand’Hotel iniziava la via pedonale che tagliava in due, dal porto al centro, il sud della città. Su quella strada, che sbucava su piazzette con aiuole e panchine, si affacciavano quasi esclusivamente bar, ristoranti, pasticcerie, gelaterie. Sedili per più persone, in pietra o in ferro, erano collocati a intervalli regolari, affiancati da piccole aiuole. Si era fatto più fresco –meno caldo sarebbe più esatto-, mentre il cielo sereno era diventato rossastro, scivolando verso tonalità più scure. Le persone, affabili e allegre, ma non frivole, stavano dentro i caffè o ai tavolini all’esterno. Oppure formavano gruppi, sul lastricato, che il flusso umano avvolgeva come isolotti. La strada si era riempita di luci che avevano fatto impallidire le prime stelle che stavano sorgendo nella sera. Anabel gli stava camminando accanto, tenendolo stretto al braccio, in mezzo a sguardi ammirati, col suo viso di fiori e di sorrisi e la sua bellezza serena e tranquilla. Juan sentiva per lei una grande gratitudine –nella quale nulla aveva a che vedere la bella figura che formavano-, una grande riconoscenza che gli gonfiava il cuore e lo stava riempiendo di amore. Stava sentendo il sangue scorrergli a fiotti per il corpo. In modo sleale e traditore gli batteva alle tempie e gli appannava la vista. Aveva sentito lacrime gonfiarsi sotto le sue palpebre, non aveva capito se per paura o per gioia. Aveva tenuto gli occhi chiusi, continuando a camminare lentamente. Lei l’aveva guidato in un locale con l’ingresso a cupola e il corridoio azzurri, in penombra. Lo stupore dell’improvvisa fioritura della luce, aveva aumentato l’importanza del patio. Aleggiava di brevi e fini emozioni che si erano andate dilatando in corrispondenze più generali e più umane. Giunti al tavolo che lei aveva scelto, Juan si era fatto da parte cedendole il passo, e scostando la sedia per poi riavvicinargliela per farla sedere. Avevano cenato in silenzio, ascoltando il mare e la notte che stavano dialogando sulla ghiaia e sugli scogli. Loro dialogavano con lo sguardo. Anabel era diventata seria, pensierosa, stava muovendo le mani a fatica, quasi le posate fossero diventate troppo pesanti per lei, come aveva sentito farsi più pesanti anche i suoi pensieri. Juan si era sentito riempire da una specie di gioia sciocca e avventata che lo aveva invaso, nell’averla vicina. Gli aveva fatto riprovare la complicità col mondo, ma, dopo aver messo una mano sulla spalla di lei, si era sentito divorare da una segreta vergogna, che l’aveva molto infastidito. La paura segreta di Juan non era sfuggita ad Anabel, che, senza alzare gli occhi dal piatto, gli aveva chiesto di vivere con lui. Dal silenzio lei aveva intuito un rifiuto, e aveva aggiunto con voce neutra: “Mi ami?”. Lui si era animato improvvisamente e aveva riso forte: “Ecco una domanda molto difficile”. Anabel aveva esitato: “No … voglio chiederti un’altra cosa … Naturalmente se non ti va non mi rispondi. Ami già qualcuna?”. Juan l’aveva presa per le spalle: “Sai che è soltanto un pretesto … e che non è indispensabile innamorarsi”. “Sì …”, aveva detto lei, e poi, a bruciapelo: “Tu non mi ami”. Lui aveva alzato la testa. Lei aveva gli occhi pieni di lacrime. Si era sentito intenerito. Ma non così intenerito: “Ma non te l’ho mai detto, bambina mia. Né di amarti né di non amarti”. “E’ vero”, aveva risposto, “Te l’ho chiesto proprio per questo”. Juan aveva voltato la testa guardando le stelle che, tra i pini marittimi, erano andate riempiendo la notte. E forse mai nel suo cuore insieme all’angoscia trovò de’ tali disgusti bell’e preparati dei giorni appena trascorsi. “Tu sei splendida. Mi … sì, mi commuovi. E del primo scatto … e uno e mezzo ora, già ti ho detto. Non riesco però a vedere più in là. Non ti domando niente di più. Del resto la tua stessa giovinezza un giorno ci separerà. Per noi due non basta … questo, finché dura?”. “Non lo so … non credo”, gli aveva risposto volgendogli le spalle. Juan le si era fatto più vicino con la sedia e le aveva preso la nuca: “Credi a me, non ci sono grandi dolori, grandi pentimenti, grandi ricordi. Si dimentica tutto, anche i dolori più insensati e tenaci. Anche i grandi amori. E’ questo il triste e l’esaltante della vita. C’è solo un modo di vedere le cose, e di tanto in tanto viene fuori. E’ per questo che è bello in ogni caso aver avuto un grande amore, una passione sfortunata nella propria vita. Sarà almeno un alibi per le disperazioni senza motivo che ci affliggeranno … che già ci affliggono”. Dopo una pausa di riflessione aveva aggiunto: “Non so se mi capisci”. “No. Non credo di capirti … Anzi, non ti capisco proprio”. Aveva improvvisamente voltato il capo verso di lui: “Tu non sei felice”. Juan, dolcemente: “Forse lo sarò … ma non devo esserlo”. Aveva carezzato con una mano il suo collo. Lei era rimasta in silenzio. “Almeno … ”, aveva poi detto senza guardarlo,: “… hai un po’ di affetto per me?”. Si era chinato su di lei, baciandole una spalla: “Affetto? Sì … inesauribile e immenso. Tu sei la mia gioia, e non puoi sapere che posto ha e può avere nel mio cuore questa gioia”. “Per te è solo un gioco!”. “Un gioco? Forse non c’è altra parola per descrivere questo particolare momento. Voglio dire che siamo disimpegnati, o, meglio, impegnati in attività sottratte a ogni pressione, obbligo, norma, condizionamento…”. “Disimpegnati veramente? Disimpegnati oppure in attesa?”. Bella domanda! Forse solo in nostro dottor Giovanbattista Cerano, redivivo, avrebbe saputo rispondere: “Sì cari Anabel e Juan –non li aveva mai conosciuti, ma che importa? Lui non c’era, forse non c’era proprio più, non solo lì, quindi con quella sua bocca poteva dire ciò che voleva, r.i.p.-, il gioco è una parte dello sviluppo della capacità relazionale tra due persone, di aggiustamento dell’interazione. Davvero cruciale. Non vi state impegnando, ma non vi state neppure inibendo. State trattenendo contemporaneamente una risposta conformista e un’antagonista. Anabel, un po’ … prematura la tua. Scopate come ricci, per Juan comincia appena a non essere solo sesso, perché mettergli fretta? Pressione? Tu lo stai invitando, e la capacità di farlo senza pressioni è il punto critico. Non esigendo o sollecitando, ma reagendo entrambi ai segnali che vi state mandando. Può sembrare, e di solito si dice, che in questo gioco sia necessaria ben poca capacità di concentrazione. Eppure vi state dando continuamente un auto-feedback, un’autostimolazione, vi state … dando annusate che sono pure un messaggio. Sempre. Il disimpegno creerebbe una barriera, vi escluderebbe uno dall’altra. Non ha senso che stiate a discutere in termini di quale finalità spinge l’uno e l’altra. Potete solo vedere che cosa sta succedendo fra voi. Qualunque cosa uno faccia, è una segnale per l’altra. Non c’è disimpegno, non c’è nulla di simile; sempre che non si dica che è disimpegnato il rapporto reciproco. E non so che cosa potrebbe significare. E credo che si debba fare molta attenzione a usare la parola finalità, che mi pare molto scivolosa e alquanto ambigua. Il concetto di finalità spesso nasconde l’ignoranza dei fatti. E’ uno dei motivi per cui si fa confusione, ci si perde nel labirinto dei riferimenti e nel moltiplicarsi delle piste. Ci si metterebbe alle prese con contraddizioni insolubili, con dubbi e incertezze di cui non si viene a capo. Questo gioco, per essere possibile, ha bisogno di una serie di regole sue proprie, ma di regole paradossali, che, se rispettate fino in fondo, finirebbero per ottenere l’effetto opposto, per chiudere in una rigidità che non permette né gioia, né fantasia, né creatività. In altre parole, che non permette la vita stessa del gioco. O, nel vostro caso, ora, dell’innamoramento. Che ha bisogno invece di atmosfere, di sfondi, di un insieme di circostanze, condizioni e aspetti in cui lo si possa agire, vivere. Anzi, farlo nascere. C’è bisogno di pasticci, d’intersezioni, di aggio. E l’aggio è gioco. Strutture, inquadrature, cornici che ammettano piena libertà, su cui basare una logica più simile a quella dei sogni che a quella della scienza o della filosofia. Una logica che colga la natura ambigua delle cornici apparenti, delle pellicole dell’esteriorità. E’ come un anello di fumo, che si avvolge all’infinito su se stesso, girando sul suo asse. E questo suo avvolgersi intorno all’asse su cui si ripiega, è quello che conferisce un’esistenza propria all’anello di fumo. E ha proprie caratteristiche, chiara definizione, esatta percezione e un certo grado di sublimazione che, solo per la virtù di chi sa starvi ripiegato all’interno, assumono sostanza, opportunità, giudizio, evoluzione. Non mette conto riportare cosa avete fatto in questo o quel giorno, perché il significato è segreto, il senso in un codice cifrato noto solo a voi perché da voi creato. Non sapete che codice sia? Non datevi pensiero, si disvelerà con la semplicità e il candore dell’improvviso, inaspettato e vivo stupore che produce la scoperta che non rivela ciò che era nascosto, ma palesa ciò che finalmente si sa guardare con occhi diversi. Senza dover indossare maschere, attenersi a ruoli, rispettare convenzioni, senza preconcetti o pregiudizi, senza precauzioni circospezioni, cautele. Sarebbe azzardato avere la pretesa di stabilire se a dominare sia il godere di quel reciproco e pieno rivelarsi, o non, invece, la libertà che in cotal guisa già l’antiche genti, si crede essersi godute al secol d’oro. Se mai foste colti da pazza idea e insana di videoregistrare questi momenti per poi poterli rivedere, così come si usa racchiudere in un filmato ricordi ed emozioni come un tempo si usava cogliere un fiore, e riporlo tra le pagine di un libro, per conservare un attimo d’intensa emozione provato, rimarreste perplessi, vi stupireste nel vedere quelli che credevate incanti essersi fatti sciocchi, quasi credessero questa passione piacevolissima d’amore solamente nelle sciocche anime de’ giovani … capere e dimorare. Non meno importante è l’esigenza di iniziare la conoscenza percependo la consistenza dell’altro, scrutandone la cifra del modo d’agire, leggendolo col far scorrere le dita sulla sua superficie, senza avere una chiara idea di cosa fare, ma facendolo, scandagliando le profondità dell’animo, liberando il terreno col rimuoverne le mine senz’altro rivelatore che la punta di una baionetta che solca leggera, prudente e circospetta la terra. Affiorano così, con attenzione e riguardo, le particolarità dei caratteri, l’inclinazione delle preferenze, le propensioni degli stati d’animo, i criteri di valutazione, le corrispondenze d’amorosi sensi. O le non corrispondenze. Ognuna, una alla volta, si maneggiano con pazienza, si cerca l’incastro che permette di comporre il quadro, smussando gli spigoli, attenuando i toni, mitigando le dissonanze, schivando dissidi. Quanto alla diversità, non senza grandissima maraviglia guatata lungamente e riconosciuta fu mai qual più diversa e nova cosa in qualche stranio modo molto magnificamente onorevole. Insomma, costruendo fondamenta comuni di affinità, affettività e condivisione, finché non siano sufficientemente solide da reggere le diversità, soprattutto le meno o non mediabili. Per quanto un uomo e una donna si amino, restano diversi, nel genere. E il genere, perdonatemi il gioco di parole, ne genera di diversità. Anche il più bell’evento, la nascita di un figlio, è la nascita, da voi, di qualcuno che è altro da voi, diverso da voi. Se arriverete fino a riconoscerle come un dono reciproco, che fa più ricchi di doti e migliori, e non temerle come limite, se non danno personale, o contaminazione dell’identità, sarà un dono disinteressato di uno all’altra, e reciproco”. Il nostro Giovanbattista l’africano, ahinoi, non c’era. Forse non c’era proprio più, r.i.p..
- Così il giorno era finito per unirsi agli altri giorni. Dal mattino sulla baia, splendente di foschia e di sole, alla dolcezza della sera. Il giorno sorgeva sul mare e tramontava dietro le colline. Il mondo non diceva mai altro che una cosa sola, che interessava e poi stancava. Arrivava sempre un momento in cui, a forza di ripetere, si poteva conquistare e ottenere il premio della perseveranza. Giorni tessuti nella stoffa lussuosa delle risa e dei gesti semplici, che si stendevano e sdraiavano sulla notte gonfia di stelle. Nel cielo ardente e segreto avevano visto brillare il volto della notte scura, e le stelle farsi più grandi, poi più piccole, scomparire e rinascere, intrecciando tra loro instabili figure, e congiungendole ad altre. Nel silenzio la notte aveva ripreso il suo spessore e la sua carnalità, piena dello scorrere delle sue stelle. Avevano abbandonato gli occhi ai giochi delle sue luci, che avevano dato loro lacrime. Ed entrambi, tuffandosi nella profondità del cielo, avevano ritrovato in quel punto estremo il pensiero tenero e segreto che costituiva tutta l’intimità della loro vita. Entrambi avevano sorriso alle apparenze e finto di sottomettervisi. A letto, Anabel aveva allungato una mano e aveva accarezzato Juan, sfiorandolo con tenerezza: “Sei dolce”. Gli aveva posato la mano sul braccio, con un gesto rapido, che aveva voluto significare un’infinità di cose: grazie, conta su di me, d’accordo. Juan si era sentito spinto a darle un bacio, lieve, sulla guancia. Un semplice slancio, un’espressione di gratitudine. Aveva letto nei suoi begli occhi lo stupore, ma anche altro: il dolore. Ed era rimasto stupito dalla calorosità con cui lei l’aveva abbracciato e baciato, qualcosa di più di quello che lui le aveva fin allora dato.
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mar 5th, 2012 | Scritto da Kristalia | Categorie: In punta di penna

