L’attesa

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Le grandi finestre spalancate sul giardino lasciavano entrare il sole del meriggio e il canto delle cicale riempiva l’aria trasparente.
L’acquazzone che poco prima aveva squassato i cipressi e riempito le rose di gocciole scintillanti, indugiava all’orizzonte in rombi ormai lontani.

Le pozzanghere del viale si stavano già dissolvendo e specchiavano piccole fette di cielo, scomposte e ricomposte dalle ali dei passeri che scendevano a bere e poi tornavano su, riprendendo possesso delle grondaie.

La donna seduta alla scrivania alzò gli occhi e osservò il rigoglio dell’estate dilavato dalla pioggia.
Inspirò a fondo e si riempì le narici dell’erba, dei glicini e delle rose. Avvertì il sentore dell’edera bagnata che si aggrappava con forza ai muri della casa non si sa se per sostenerla o per cercarvi conforto.
Oltre il cancello aperto, gli ulivi spezzavano il verde con una macchia polverosa e silente; alberi sempre troppo seriosi che i loro frutti non bastavano a rendere meno drammatici.
Il silenzio regnava intorno e la casa, a parte la donna intenta a scrivere, era deserta.

Eppure si respirava un’aria di attesa, un fremito impercettibile che sfiorava tutti gli oggetti.

All’improvviso, un gatto apparve dietro l’angolo della facciata e sembrò sbirciare dentro la stanza.
Avanzò cauto e poi venne a sistemarsi nel riquadro solatìo della soglia, ai piedi della donna, guardandola di sotto in su.
Il gatto non apparteneva alla casa, era un viaggiatore che ogni tanto arrivava e si tratteneva qualche tempo per oziare e inseguire lucertole.
Nessuno gli faceva mai richieste inopportune, lo si considerava un gradito ospite e si cercava di contentarlo senza opprimerlo.
Il gatto e la donna si guardarono: la donna sorrise e il gatto strizzò gli occhi e mosse le orecchie avanti e indietro; era il loro modo di salutarsi.

I rintocchi della campana spezzarono il silenzio e la concentrazione della donna che scriveva sorridendo ad un uomo mai conosciuto, senza volto e senza nome.
Gli scriveva spesso, a lui come ad altri, voci di un universo parallelo che aveva leggi differenti e regole un po’ misteriose.

Appoggiò il mento alla mano nel gesto che le era solito quando rifletteva e con l’altra mano prese a tormentarsi un ricciolo che le ricadeva sul braccio.

Sarebbe apparsa tranquilla ad un osservatore esterno, in realtà la donna ansimava e sentiva il sangue scorrere impaziente.

Quanti giorni erano già passati? Sette.
Le sembrò un tempo infinitamente lungo e non si stupì che a Dio fosse bastato per creare il mondo.
Non sapeva quanto ancora avrebbe dovuto aspettare, lui non le diceva mai su quale aereo sarebbe salito da quella volta in cui, anni prima, era quasi impazzita dal terrore per averlo creduto coinvolto in un incidente e non voleva vederla in aeroporto, odiava la folla e non poteva aspettare…
Avrebbero fatto di nuovo quel gioco; lei avrebbe finto di non sentirlo arrivare e lui avrebbe finto di sorprenderla da dietro, come un ladro di baci.
Sentì il sangue accelerare la sua corsa, si figurò le sue mani, grandi e così calde mentre risalivano lungo i suoi polpacci e poi si fermavano nella fossetta dietro le ginocchia, solleticandola piano. Immaginò il suo respiro tra i riccioli, mentre diceva tenere sconcezze per eccitarla, risentì il peso del suo corpo, l’insistenza della sua spinta e quel respiro affannato e roco con cui le parlava, con il quale ordinava e pretendeva di essere obbedito.
L’avrebbe fatto aspettare stavolta, si sarebbe vendicata… lo avrebbe tenuto sul limite doloroso dell’esplosione ancora e ancora, finché l’avrebbe supplicata di liberarlo da quel tormento.

Qualcosa dentro di lei diede come un frullio d’ali, si volse verso il viale e percepì, prima ancora di vederla, la nuvola di polvere che annunciava l’arrivo di un automobile.
Tese l’orecchio e riconobbe il suono tanto atteso.

Si alzò di scatto, guardò lo schermo del computer e con un solo gesto, lo spense.

Racconto di Marquise

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gen 27th, 2009 | Scritto da Kristalia | Categorie: In punta di penna

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