Jackie per sempre

Per il ciclo interviste: una passeggiata con Jackie, una donna con il sole negli occhi.

Transgender con una scintilla di follia, temprata però dall’esperienza.
Credo fermamente che amicizia, sincerità, coerenza, siano i valori con i quali il mondo può migliorare, iniziando con un po’ di buon senso da noi stessi. Attualmente, vorrei buone amiche e buoni amici, per condividere tutto questo!”

Con queste parole, Jackie si presenta nel suo blog.

Jacqueline transgender autoritratto

-Jackie, hai letto la mia introduzione: sei d’accordo, vuoi aggiungere qualcosa?

Sì, in linea generale sono d’accordo. C’è bisogno di creare un nuovo punto di vista scevro dall’immagine sensazionalistica e grottesca che l’opinione comune ha della transessualità. In poche parole, è l’obiettivo di equiparare il genere sessuale di appartenenza, con quello vissuto esteriormente, ovvero, come ci vedono gli altri. L’esigenza di correggere il sesso genetico (quello della nascita) con il proprio vissuto interiore che appartiene, nel transessuale a tutti gli effetti, a quello opposto, eliminando, quindi, questa dicotomia.
Questa è, per definizione la “disforia di genere”.

-Tra chi ha completato la transizione e chi si è fermato alle terapie ormonali, c’è attrito: le operate – sempre che si dichiarino – sostengono che il mancato intervento chirurgico denota mancanza di completamento e quindi mancanza di coraggio per passare a tutti gli effetti al sesso di identità. Non pensi che questi conflitti confortino le discriminazioni da parte della società?

Hai ragione. Esiste questa mancanza di un filo accomunante, non solo nella realtà transessuale, ma anche in un più ampio respiro, nell’intesa con gli omosessuali.
Sarebbe auspicabile il superamento delle divisioni intestine verso una condivisione politico-sociale degli obiettivi.
Il discorso è questo: finché non riusciremo a superare anche gli stereotipi ideologici (dell’appartenenza politica), non raggiungeremo l’obiettivo principale di restituire la dignità alle persone trans, che è il tema fondante e – se mi permetti – anche costituzionale.
Per quanto riguarda la scelta di completare la transizione, è un fatto caratteriale legato ai sentimenti e alle scelte individuali.

-C’è anche tensione riguardo all’associazionismo tra chi ne è parte attiva e chi si chiama fuori. Qual è il tuo pensiero?

Il concetto portante del movimento dovrebbe avere caratteristiche trasversali a tutti gli schieramenti politici e appartenenze sociali, in modo da non favorire frammentazioni, che generalmente sono innescate da disquisizioni di mero carattere ideologico.

-Quindi, la candidatura di persone transgender – sia a sinistra che a destra – come la vedi?

Kristalia, la verità è che non si tratta solo di un problema politico, altrimenti corriamo il rischio di essere strumentalizzati. Infatti, questo tipo di problematica appartiene a tutti gli schieramenti. Così come la nostra lotta non dev’essere affidata alla spettacolarizzazione.

-Gesù Cristo ha speso la sua vita a favore dei discriminati. Nessuno più di lui ha divulgato il messaggio di uguaglianza e amore: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, ma non ha posto condizioni.
La chiesa lo ha manipolato stravolgendone i principi cardini fino a proclamare l’esatto opposto. La tua opinione?

Il messaggio di Cristo è inequivocabile: il principio universale di uguaglianza senza forme pregiudizievoli.

-Fin da piccoli ci vengono inculcati valori di tolleranza, rispetto e integrazione del “diverso” (immigrazione, disabilità) e attorno a questi temi c’è molta sensibilizzazione. Ma questi valori sacrosanti, non sembrano valere anche per le persone transgender: sembra che ci siano “diversità” e “diversità”. Quanto e in che modo bisogna essere diversi per avere lo stesso rispetto?

Fintanto che si terrà come termine di paragone qualità e tipologia della diversità, ovvero, quanto più sensazionalistico o scabroso è il caso, più si accenderanno i riflettori e l’attenzione della massa su questi temi.
Se una persona, invece, ha un vissuto ed ambizioni comuni, non merita l’attenzione dei media.
Quel che non è chiaro, è che noi abbiamo aspettative e desideri comuni a tutta l’umanità: una casa, un lavoro, il diritto alla salute. Tutto quel corollario che fa parte dell’ordinamento di ogni società civile.

-La transizione è un processo psico-fisico di lacrime e sangue, oltretutto, costosissimo, tanto che molte diventano sex-workers, non potendo trovare altra occupazione.
So che tu, come molte altre transessuali, vi battete per rompere questo stereotipo, alimentato anche dalla presenza massiccia nelle strade di viados etc. da cui nasce l’equivalenza trans = prostituzione.
Qual è il tuo rapporto con le prostitute? C’è disprezzo, quello che deriva dalla considerazione del “facile e subito”, equivalente ad una rinuncia alla lotta (riferito alle sex-worker)?

Secondo la mia convinzione, la scelta di prostituirsi non dev’essere un percorso obbligato, inteso come ripiego rispetto alle comuni e convenzionali forme di guadagno. Quindi, non dev’essere dettata dall’impossibilità di trovare una collocazione diversa, ponendo in essere una discriminazione per tutte coloro che rifiutano di sottostare a questa equazione.
Sia ben chiaro: non ho nulla contro la prostituzione e non ne faccio una questione di moralità o di etica professionale. Non deve essere un ripiego, per mancanza di alternative, ma una libera scelta.

-Ci sono molte trans-lesbiche, le quali convivono con ragazze geneticamente tali.
Tu ti dichiari “quasi lesbica”, come fosse un ripiego. Com’è il tuo rapporto con gli uomini?

No, non è un ripiego. Mi sono sempre considerata donna e ironizzando aggiungevo che “purtroppo sono un po’ lesbica”, come a significare che non nego le mie trascorse esperienze con donne. Ma, di fatto, la mia vita la vedo accanto ad un uomo, pur convivendo in me una latente bisessualità, avendo pulsioni e sentimenti nei riguardi di entrambi i sessi.

-Qual è il tuo percorso formativo?

Dopo il liceo scientifico, ho fatto studi giurisprudenziali e ad un passo dalla laurea, ho piantato tutto per partecipare al concorso pubblico al Centro Sperimentale di cinematografia. Mi sono diplomata scenografa.

-Avevi un lavoro appagante, poi cos’è successo?

Allora, io lavoravo come programmista regista in RAI.  Ho fatto per diversi anni programmi di successo, tra i quali: “I fatti vostri”, “Sereno variabile”, “Mattina due”, ed ero a contatto con personaggi come Guardì, Castagna, Frizzi, Osvaldo Bevilacqua, Cecchi Paone ed altri. Il mio obiettivo era di lavorare solo dietro le quinte, perché non aspiravo a passare davanti alle telecamere.
Poi, alla morte di mio padre – noto giornalista – è venuta meno la protezione che un personaggio del suo spessore poteva offrire proprio per evitare che tutti i meriti professionali che avevo dimostrato fino a quel momento, fossero vanificati.
E lo dico senza tema di smentita che ho sempre lavorato con molto impegno e professionalità.
Tuttavia non mi hanno rinnovato il contratto dopo anni di collaborazione e da allora, purtroppo, non ho più lavorato in quel campo.

-E oggi cosa fai?

Mi arrangio con delle piccole collaborazioni, pur non vedendo un futuro consono alla mia formazione ed esperienza. E pensare che mi aspettavo che il mondo dello spettacolo fosse progressista, invece si è dimostrato ipocrita e bigotto.

-Questo perché sei trans?

Senza alcun dubbio.

-Da ciò che racconti nel tuo blog, emerge che ne hai passate davvero tante. Ci vuoi raccontare la tua esperienza anoressica?

A vent’anni, a causa del mio non piacermi e non riconoscermi nell’immagine che osservavo allo specchio, si è innescato il mio rifiuto per il cibo.
In pratica, in un percorso comune a tante ragazze anoressiche, fingevo di mangiare, ma in realtà, nascondevo o mi liberavo del cibo. Sono sopravvissuta per più di un anno solo un cappuccino e una brioche al giorno. Dopo di che, il mio stomaco si era talmente ristretto che non ero più in grado di ingerire alcunché. A quel punto, avendo perso più di 30 chili, ero arrivata a pesarne circa 40 – che per un ragazzo alto 1,73, sono davvero pochi – la mia famiglia mi ha imposto il ricovero in una clinica specializzata.
Nel frattempo, io avevo anche fatto outing riguardo la mia identità, e mi piacevo! Non volevo più morire perché finalmente mi vedevo e mi vedevano ragazza. Sicché ho accettato di buon grado di sottopormi alle cure.

Malauguratamente, però, i medici, anziché curarmi per i disturbi alimentari, intervennero prepotentemente sul mio essere transessuale.
Bisogna ricordare che nei primi anni ’80, la psichiatria considerava la disforia di genere una malattia mentale, per cui, hanno interrotto il mio processo di transizione che era in fase molto avanzata grazie alla terapia ormonale alla quale mi sottoponevo da tempo.
Conclusa questa triste pagina della mia esistenza, durante la quale ero regredita alla fase iniziale, mi rassegnai anche ad espletare il servizio di leva – all’epoca obbligatorio – pur di non essere considerata una cittadina di classe b e ancor peggio, bollata come malata di mente.

-E come hai vissuto quell’esperienza?

È stata una bella esperienza, avendo svolto il servizio come vigile del fuoco, dove invece che perdere un anno della mia vita, ho guadagnato in esperienza. Questo perché il corpo dei vigili del fuoco non ha una vocazione fortemente militaristica, ma è preponderante la sua grande utilità civile, e devo dire che i graduati mi trattavano con stima e rispetto. Tant’è che non mi sono mai sentita discriminata, nonostante avessero intuito il mio dramma irrisolto.

-Hai poi ripreso il percorso di transizione?

Certo, ma questa volta, con maggiore cautela. Non mi bombardavo più di ormoni, ma seguivo una specie di terapia di mantenimento, in quanto, avevo appena iniziato a lavorare per la televisione e non volevo rendere palese il mio “percorso” nella speranza di inserirmi: vedevo dischiudersi davanti a me un futuro di autonomia e realizzazione. Ciononostante, è finita come ho già detto.
E oggi sto rimettendo assieme i pezzi della mia vita.

-Qual è la tua riflessione rispetto alle recenti e fuorvianti provocazioni che Maurizia Paradiso lancia durante i suoi interventi in tv?

Sono manifestazioni esclusivamente autoreferenziali, in quanto non rispecchiano la realtà di tutte le transessuali che ogni giorno lottano in un silenzioso dolore alla ricerca di una piena accettazione nel rispetto e nella dignità che vorrebbero trovare in seno alla società civile, vale a dire nella dimensione a loro dovuta.
Consideriamo, inoltre, che la maggior parte dell’associazionismo transessuale, sta conducendo una battaglia per il riconoscimento anche legale dello status di donna, se MtF (male to female), o di uomo se di FtM (female to male), indipendentemente dall’intervento di ricostruzione genitale.
Questo è quanto.

-Chi è Jackie?

Una persona che, come tutte, è alla ricerca di se stessa, del proprio ruolo nella società e che non accetta l’immagine che viene diffusa dai media riguardo la realtà transessuale. Per questo, porto avanti la mia forma di lotta, anche attraverso il mio blog. Purtroppo, non ho a disposizione un computer e devo accontentarmi di un semplice cellulare, che mi costringe a scrivere di getto, e a trovare escamotage per la punteggiatura, a causa delle sue limitate funzioni.

-Hai smesso di sperare o ci credi ancora?

Sì, qualcosa timidamente sta cambiando nel sentimento comune e finché incontrerò persone come te – che si pongono intelligentemente questioni su dubbi così essenziali – posso ben sperare.
Sì, c’è speranza.

Jackie, conoscerti e incontrarti è stato bello. Un’esperienza impagabile che mi ha certamente arricchita. Grazie.

certi diritti Jackie per sempre

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mag 21st, 2009 | Scritto da Kristalia | Categorie: In punta di penna

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4 Responses to “Jackie per sempre”

  1. 4
    Jackie Says:

    carissima amica kristalia..avrei tante cose da dire,ma un groppo in gola che di riflesso mi impedisce anche di articolare frasi compiute ed interessanti..il tuo lavoro,preciso e professionale sparisce di fronte all’establishment dei soli volti,delle solite voci..anche nella blogosfera..in queste ore si sta svolgendo il romapride..e pensa tu se neanche la sottoscritta,presa da troppi pensieri e preoccupazioni l’ha scoperto tardivamente,figurati la comunità,diciamo così standard,ovvero il popolo..qui il problema è solo che si continua ad avere un’atteggiamento elittario,anche tra di noi..come se ci fossero transgender di classe a e quelle di classe b..sino a quando non ci sarà una coscienza solidale e compiuta saremo ben lontane dall’obbiettivo..e pensare che quest’anno è il quarantesimo della famosa rivolta di stonewall and opera di transgender coraggiose..ma nella comunicazione di massa,nessun riferimento,nessun tg,nessuna transmissione a tema..nulla..solo le solite pantomime in stile gossip..e che lo dico a fare i soliti..anzi il solito volto a rappresentare la categoria..categoria di cosa poi?un caro saluto pieno di stima e rispetto a te kristalia.dalla tua grande amica jackie.

  2. 3
    La Passiflora Says:

    Finalmente qualcosa di non costruito. Ed è importante. Sono convinta che la mancanza del dialogo aperto, che tiene ogni parte barricata per conto suo, crei il vero vuoto culturale – la vera causa della discriminazione e dell’ignoranza. Un vuoto che, se fomentato, assume la forma (paura) delle menzogne e delle ipocrisie ben note.

  3. 2
    Simona Says:

    Lo spaccato di vita di una ragazza che ha avuto la fortuna di comprendere da giovane quale era il suo percorso e la sfortuna di trovare un grande ostacolo nella propria famiglia.

    Forse i tempi sono cambiati, c’è maggiore attenzione verso una tipologia di persone che a ben vedere non sono per nulla diverse da quelle che le circondano: perchè vestono allo stesso modo, pensano ai problemi quotidiani, hanno o cercano un lavoro decente che dia soddisfazione a loro ed alla loro professionalità. Già, perchè spesso una laureata deve accontentarsi di fare la sguattera oppure lavorare in uno di quei famigerati call center tanto odiati da chi riceve le telefonate.

    Purtroppo l’immagine sempre trasmessa dai media è quella classica: prostituzione, depravazione, degrado, spettacolo, luci rosse… il motivo è ovvio: la normalità non fa vendere, non produce audience mentre gli italiani sono attratti ormai solo dagli aspetti morbosi della vita.

    Jackie è stata sfortunata a vivere in un momento di transizione culturale, o forse sono fortunata io a non percepire le discriminazioni di cui parla. M forse dipende anche dal fatto che io impalerei chi provasse a farlo, tanto che in borsetta tengo sempre una croce di legno ed una pallottola d’argento Ah, ma qui si parlava d’altro…

  4. 1
    Leonardo Says:

    Ho appena finito di leggere uno spaccato di realtà trattato in modo esemplare. L’intervistatrice e l’intervistata dialogano con una tal empatia che sembra di essere presenti all’intervista.
    Viene affrontato un argomento delicato in maniera chiara che ci aiuta ad avvicinarci ad un tema difficile solitamente trttato con superficialità. Per questo apprezzo il coraggio sia della giornalista che dell’ intervistata.
    Leonardo

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