Il folle gioco
Le lettere quasi d’amore
So che sei risentito. Il racconto svela ciò che ho sempre taciuto.
Non lo capivi e non lo volevi capire. Mi ci sono voluti due anni per uscirne e, paradossalmente, ne sono venuta fuori grazie a quel nuovo lavoro… Strano, no? Anche questa scelta ti è risultata incomprensibile, e tuttavia, non l’ho mai rimpianta.
Certo, i primi mesi è stata dura, avevo sempre te davanti agli occhi, con chiunque fossi. Scendevano copiose le mie lacrime, ogni volta che avvicinavo la mia bocca all’estraneo sesso.
Assurdo a ripensarci, ma avevo perso la lucidità e forse è andata bene così, perché ho potuto riprendere possesso delle mie facoltà mentali… che con te avevo perso.
Non lo percepivi o forse non volevi, ma ormai, a distanza di diversi anni, non serve arrovellarsi il cervello e il cuore. Alla fine del libro, è apparsa, sia pur tardivamente, la parola fine.
E non ho rimpianti. Tutto ciò che sentivo, l’ho fatto.
Ti conoscevano tutti i miei amici, attraverso le mie parole… e le mie lacrime.
Sembravo posseduta da una maledizione. Eppure sapevo di non essere innamorata, solo che… ti volevo di più.
Hai presente quando durante la prima notte insieme, mentre mi penetravi, mi dicesti: “è così che voglio che tu mi ricordi… entrarti nel cervello”.
Ci sei riuscito… sarà stata la maledizione della prima sera.
Eri la mia ossessione, il mio tormento. A ripensarci, a distanza di anni, questa storia ha dell’inverosimile, perché non c’è alcuna spiegazione plausilbie, logica ad un comportamento tanto dissennato, qual è stato il mio.
Peraltro, tu ne conoscevi solo la parte più criticabile.
Ebbene sì, ti ho risparmiato il fastidio di sapere di avere una donna così catturata eroticamente da te, quale io ero, tra le altre due tue amanti fisse.
Mi dicevi che eravamo in tre, io ero la terza, non in ordine di importanza, ma per mera temporalità.
Peccato che io volevo sbaragliare le altre due. Chissà se loro sapevano di me? Lo escludo proprio perché ero l’ultima arrivata.
Ricordo la sera in cui la “seconda”, ti ha riconosciuto in un sito di scambisti… Nientemeno, ti ha riconosciuto dai tuoi attributi. Certo, tu non ci mettevi la faccia o il resto del corpo. Ci mettevi me, con il volto appena coperto, ma con il corpo in chiaro.
E lei ti ha riconosciuto! Ridicolo!
Ti scrisse insultandoti… insultandomi… e tu, nel riferirmelo, ti preoccupavi della prima, che era venuta a saperlo.
“Povera M.” dicevi, “mi spiace tanto, pensa che colpo per lei”.
Sì sì, era tutto molto chiaro, prima c’era lei, mentre io ero il tuo passatempo in città. Un bel passatempo, persino irrinunciabile, ma tale.
Eppure, mi ostinavo, pur silenziosamente, facendo o accettando ogni tua proposta, con la pazza speranza di occupare uno spazio più importante.
Avevo una carica erotica incommensurabile, sconvolgente, dicevi. Ero il tuo giocattolo bello, da spasso… che si faceva usare e tu mi usavi.
Ma non ne hai colpa, perché anche tu eri convinto, o ti faceva comodo convincertene, che io volessi la stessa cosa: che anche io, come te, cercassi di trascorrere qualche ora all’insegna del massimo erotismo e nulla più.
Avevi anche una versione di soccorso, quando ti convincevi che tanto io non avrei lasciato la mia famiglia per seguirti.
E forse avevi ragione, anzi, ne avevi; ma non me lo hai mai chiesto…
Al nostro secondo incontro, anzi, hai sondato il terreno, chiedendomi se credevo all’innamoramento.
E ti è tanto piaciuta la mia risposta. A ben pensarci, ti ho servito su un piatto d’argento le basi per il nostro rapporto.
Ti dissi che l’innamoramento per me era concepibile come presente. Quell’innamoramento che non porta a progetti futuri.
Insomma, un innamoramento adolescenziale, senza amore vero.
Forse ne sei rimasto deluso, ma che ne sapevo io che l’avresti usato contro di me?
Con te non riuscivo ad esprimere appieno la mia spiccata personalità. Tu mi sfidavi, io ci provavo, ma ogni volta, davanti a te, perdevo la coerenza, la forza, e mi mettevo nelle tue mani, lasciando a te tutta l’iniziativa.
Tutte le volte ne uscivo sconfitta e tu ridevi. Ti divertivi, crogiolandoti e godendo delle mie debolezze. Ti sentivi forte, insuperabile… e lo eri.
Le tue mani su di me, dentro di me, erano taumaturgiche. Credo di non aver mai incontrato un altro uomo così incredibilmente abile con le sue mani.
Ho provato disperatamente a cercarlo, doveva pur esserci un altro nel mondo che ti scalzasse. Nemmeno quelli convinti di portarmi oltre ogni limite. Nessuno come te.
Non importa, ho imparato a bruciarmi, ad annullarmi, cercando un senso a tutto questo.
Ho imparato a invertire i ruoli…
Grazie a te, tuo malgrado, sono diventata la donna che sai, più dura, più disinteressata, tanto bramata, desiderata… a modo mio però.
Due anni!
Due anni per farti uscire dalla mia mente dalla porta principale.
Ora sorrido, non senza una punta di amarezza..
Cosa avrei fatto per te. Eppure non ero innamorata, pensa la potenza della mente. Pensa quanta deviazione… o chiamala, se vuoi, perversione.
Pensa che gioco al massacro assurdo, in cui, ho sempre perso…
perso le battaglie, Joe, ma non la guerra.
Quella, alla fine, l’ho vinta. Quando?
Ormai già avevo intrapreso un’altra strada: riuscimmo ad incontrarci, ma quella notte, a casa tua come al solito, qualcosa mi fece atterrare. Un tuo atteggiamento mi scosse così profondamente che virai improvvisamente.
Scesi dalla tua sella, con tuo profondo smarrimento. Non te l’aspettavi. In quel momento ti disprezzavo.
Scesi e ti portai a conclusione con la bocca.
Andammo a dormire, ma per la prima volta vegliasti tu. Il tuo sonno era agitato, non russavi più come sempre.
Ti sentivo agitato accanto a me. Non ti piaceva la strada che avevo scelto. Non la capivi, ne eri turbato. Una donna come me che si era data all’escorting… Eppure, mesi prima ti avevo accennato i miei problemi.
Ma quella notte, fu difficile per te.
Verso l’alba, hai cominciato ad accarezzarmi, fatto inconsueto, e poco dopo, la tua eccitazione era salita. Ma no, ormai era finita per me. Non ho voluto fare l’amore, e senza dirti nulla, mi sono chinata su di te per farti nuovamente concludere come non avresti voluto.
Era finita, Joe. Non esercitavi più alcunché su di me.
Ci siamo poi alzati, perché per entrambi era impossibile dormire… e lì, sul divano in salotto, al buio, mi hai chiesto perché. Perché quella scelta, qual era il mio problema economico, come risolverlo.
Ti ho sorriso, Joe, pensando a quante volte ho tentato di parlartene e quante volte ti ho sentito distratto, disinteressato.
Non pensavi che prima o poi l’avrei risolto da me. Non conoscevi la mia capacità di risolvermi i problemi da sola… a qualunque costo.
Era tardi, Joe.
Tardi per accarezzarmi, tardi per scaldarmi, tardi per amarmi.
Il mattino me ne sono andata, ma prima, mi hai abbottonato il cappotto e sistemato i capelli dicendomi, con un tocco di imbarazzo e una tenerezza inusuale: “abbi cura di te”.
Non lo avevi mai fatto… in due anni, mai.
Sono andata via piangendo, tu non lo sai. Ma ho ritrovato me stessa.
Ci siamo rivisti durante l’estate. Un giorno al mare insieme, e una sera… Hai molto creduto in quella serata. Cena intima, tu che riprendevi a corteggiarmi come un tempo.
E io stavo bene con te.
Per te avevo indossato un abito davvero chic. Un tubino nero appena sul ginocchio, elegante, mai volgare, come sempre. Le bretelline e le trasparenze sulla schiena tradivano la mia nudità, non avevo reggiseno. E ai piedi, un paio di sandali strepitosi, e di gran classe.
Mi raccontavi del mio profumo, che mi avresti riconosciuta fra la folla per la particolarità dell’aroma. Aroma che unito al profumo della mia pelle, anch’esso particolare, si mescolava al mio caratteristico odore del sesso.
Una miscela esplosiva e unica, dicevi.
Non me ne avevi mai parlato. Ma ho ricordato quando me ne regalasti una confezione, quando hai dovuto prenotarlo perché non era facilmente reperibile. Era molto cara, perché il profumo è come me, raro. E anche questo sapevi.
Ma saliti in auto dopo la cena, ho declinato il tuo caloroso invito. Quello che fino a poco tempo prima mi avrebbe mandata ai pazzi.
Chiacchieravamo in auto, mentre ti vedevo visibilmente attratto, e con il pretesto di sistemarmi l’abito, mi sfioravi… ti sentivo… mi volevi.
Ho resistito, mio caro.
Non te l’aspettavi, non potevi. Non te l’ho mai detto.
Padrone dei miei istinti, dei miei sensi, delle mie inclinazioni… Ma i miei lunghi silenzi e il mio dolore, mi impedivano di dirti: “attento, Joe, così mi perderai.
Se apri la mano, ciò che ti piaceva tenere in pugno… volerà via. Mi perderai per sempre.”
Mi hai cercata ancora, dopo, ma la giostra per te si è fermata.
Vedi?
Panta rei: negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo. Siamo e non siamo.
Non ci si bagna mai due volte nelle stesse acque. E quello che è stato, non tornerà.
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ago 9th, 2009 | Scritto da Kristalia | Categorie: Schiusa a chiave


settembre 3rd, 2009 at 12:36
Sto scoprendo pian piano questi racconti e… ogni volta quello che leggo è più bello… beh insomma, bello è troppo generico… emozionante, eccitante, pieno di sensualità… la tua… questa lettera d’amore piena di malinconia se vuoi… voltarsi e ripensare alle occasioni perdute… mah perdute, forse doveva solo accadere così… entrare nel tuo cervello credo che sia quasi inevitabile, conoscendoti, almeno provarci… cercare il tuo profumo e respirarti…